L’UOMO DI GENIO E LA DECRITTAZIONE DELLA
REALTÀ
La
poetica di Edgar Poe attraverso i racconti
Due sono gli interrogativi da chiarire, fra loro
strettamente collegati, parlando di Edgar Allan Poe. Anzi, di Edgar Poe. Direi
che sia giunta l’ora di liberarlo da quello che non è un secondo nome bensì il
cognome del padrino, che lo accolse in casa dopo la morte dei genitori. Da
adulto Poe ne aggiunse il cognome al proprio, benché costui non lo avesse mai
adottato, probabilmente nella speranza di esserne nominato, almeno in parte,
erede. Speranza destinata a fallire miseramente, visto che nel testamento di
Allen non compare neppure il nome di Poe (probabilmente per giustificati
motivi).
Il primo di questi due interrogativi
è, direi quasi in modo ovvio, perché Poe non piacesse agli americani. C’è il
forte e fondato sospetto che, non fosse stato per Baudelaire e i simbolisti
francesi, oggi probabilmente ci si ricorderebbe di lui solo come di un autore
minore e trascurabile. Solamente dopo che la notorietà di Poe era ormai
mondiale, anche nella sua patria ci si è decisi a prenderlo seriamente in
considerazione, con cinquanta anni di ritardo e quasi a malincuore. E dopotutto
ormai era (ed è) l’autore americano ad aver venduto più copie per cui alla fine
sembrava inevitabile che anche nella sua madrepatria, così sensibile al denaro,
lo prendessero in considerazione. Ma per lungo tempo colà hanno stentato, poiché
Poe era troppo moderno. (Non importa
che Henry James sostenesse che per apprezzare Poe occorreva essere primitivi e
barbari: uno in più nella schiera di coloro che non lo hanno capito). Addirittura
Poe era esageratamente moderno: in anticipo almeno di qualche decina di anni
sull’evoluzione della letteratura americana. Inutile sottolineare come
l’America, indipendente da appena mezzo secolo, anelasse con il furore
entusiastico dei novizi a possedere una letteratura classica o almeno
classicista. Saltato quindi a piè pari (almeno all’epoca) Poe, sarà necessario
attendere Mark Twain perché la modernità vi faccia ingresso.
E d’altra parte Poe è
dirompente in maniera quasi insopportabile per una società puritana. In Berenice il protagonista cava di bocca
tutti e trentadue i denti al cadavere (o presunto tale) della donna che dà il
nome al racconto; in Morella lascia
morire in modo imprecisato ma che si suppone terribile prima la moglie e poi la
figlia avuta da lei; in Ligeia trasforma
in zombi il cadavere della seconda moglie per far rivivere la prima. Nel Gatto nero la moglie uccisa viene murata
per nascondere il cadavere e, cosa ancor più esecrabile, viene seppellita in
piedi. Azioni (oltretutto nei confronti di donne!) che non ci si dovrebbe
neppure permettere di pensare, figuriamoci metterle su carta in opere che
aspirino al rango di creazioni letterarie. Non di rado tali misfatti sono
narrati dal protagonista stesso in prima persona, fatto ancor più disturbante: la
malvagità non è raccontata da un narratore esterno o da un testimone bensì da
colui che commette le nefandezze, circondandole così di un’aura di “normalità”.
Di tutto ciò Poe era
perfettamente consapevole. Talmente consapevole che cerca di mascherare in ogni
modo la sostanza tramite l’apparenza; ed ecco che infarcisce i propri racconti
di citazioni dotte: latino, greco, filosofi tedeschi e inglesi, classici
francesi, italiani, spagnoli e chi più ne ha più ne metta. Sul fatto che questa
pletora di citazioni e riferimenti sia ironica e strumentale non possono
sussistere dubbi; Poe stesso ci ha tenuto a metterlo in evidenza con due
racconti satirici dedicati proprio a ciò: Come
si scrive un articolo “da Blackwood” e il suo seguito La falce del tempo. Addirittura in uno dei suoi capolavori, La
rovina della casa Usher, si inventa un classico, che ironicamente intitola Mad Trist. Tentativi che, per quanto
riguarda l’ottenimento del successo di pubblico, fallirono.
Ma in cosa consiste la
modernità cui accennavo prima? Non certo nel fatto di cavare dei denti a un
cadavere, per quanto potesse essere scioccante per i lettori puritani
dell’epoca. Poe è il primo ad addentrarsi, per i motivi che vedremo, nella
narrazione del perturbante. E lo fa in maniera così consapevole e
scientificamente precisa che i casi da lui narrati sembrano esemplificazioni
freudiane. Ma anche in questa occasione ritiene necessario operare una sorta di
mascheramento, per smussare gli angoli di una rappresentazione troppo cruda e
diretta; ed ecco che ogni affondo nei meandri della psiche è in genere preceduto
dalla sua negazione: il narratore in prima persona si affanna a proclamare che
ciò che dovrebbe descrivere è aldilà della capacità espressiva delle parole,
che le sensazioni da lui provate non troveranno che una pallida eco nel
resoconto. In pratica, si premura di assicurare il lettore che quanto sta per
leggere non si trova effettivamente sulla pagina. D’altronde è un espediente
narrativo comune quello di cercare di sviare il lettore: la narrativa gialla ne
fa ampio uso e anche in quel campo, come vedremo, Poe è maestro.
Il secondo quesito è
rivolto alla poetica di Poe ed è comprensibilmente di minore facilità nel
trovarvi risposta (né finora esistono soddisfacenti trattazioni in merito). In
buona sintesi: che cosa ha voluto dire Poe con le sue opere? La domanda non è
superflua, poiché anche qui il nostro autore ha a lungo subito una
misinterpretazione. Soprattutto in America circolavano edizioni non autorizzate
che lo riducevano a un autore che, da malato di mente, aveva prodotto una
descrizione delle aberrazioni mentali. Ma anche dove lo si considerava e
apprezzava Poe spesso ricadeva sotto l’etichetta di autore di racconti di
genere, fosse esso il racconto dell’orrore, di avventura, il giallo o
addirittura la fantascienza.
In realtà, Poe ha un
preciso punto di partenza, che è il romanticismo. Poe conosceva bene (e
apprezzava) la poetica romantica riassumibile, com’è noto, nella tensione verso
l’infinito. Ma per i romantici questo immaginario e immaginato percorso è
lineare: lo illustrano bene i quadri di Caspar David Friedrich, con le sue
figure di spalle che hanno lo sguardo fisso verso l’orizzonte. Il percorso di
conoscenza è una linea retta. Tutt’altro discorso per Poe, che non a caso
intitola una sua raccolta Racconti
dell’arabesco e del grottesco. Il percorso verso l’infinito comporta
infatti una discesa nel perturbante, come dicevamo, ed è tutt’altro che
lineare: per raggiungere il superamento della sua condizione, l’uomo deve
conoscere se stesso, scendere nell’abisso (Una
discesa nel Maelstrom), e questa discesa porta conseguenze devastanti. Le
possibilità per l’uomo sono soltanto due, quando arriva a conoscere e scrutare
le profondità del proprio inconscio: la morte o la pazzia. Spesso entrambe. Purtroppo
la conoscenza di sé si rivela un ostacolo impossibile da superare e l’uomo
irrimediabilmente si perde lungo il percorso.
Numerosissimi le
esemplificazioni simboliche di questa poetica. In William Wilson la conoscenza di sé che diventa autodistruzione
costituisce addirittura la trama del racconto stesso. Ma anche i particolari
sono significativi: nella Maschera della
morte rossa è rivelatrice la disposizione delle sale con i vari colori, che
non costituiscono una fila lineare bensì un percorso spezzato e non consentono
la visione d’insieme.
Ma per l’uomo quindi non
c’è salvezza? Le uniche due alternative sono o l’ignoranza o la morte/pazzia
derivata dalla conoscenza?
No, c’è una terza via ed
è quella illustrata dai cosiddetti racconti gialli, dove Poe dà inizio alla
letteratura poliziesca. Anche in questo caso, come per i racconti cosiddetti
dell’orrore, il significato va ben aldilà della letteratura di genere e anche
qui Poe compie un’operazione intellettuale direi illuministica. Compito
dell’uomo di genio (l’unico di cui valga la pena di occuparsi: Poe è
decisamente elitario) non è indagare su stesso bensì conoscere la realtà. Realtà
della quale la gente comune non comprende niente e che può essere facilmente falsificata:
Poe lo dimostra spacciando per autentici resoconti giornalistici quelli che
sono invece racconti di invenzione: La
frottola del pallone, Rivelazione magnetica. (Fra parentesi: l’uomo di
genio farà bene anche a tenersi alla larga dall’amore, dal quale non c’è da
ricavare nulla di buono, se non le solite morte e follia. Con la consueta vena
umoristica l’innamoramento è anche sbeffeggiato in Gli occhiali).
L’indagine della realtà
si conduce non con l’accumulo di conoscenze, compito dell’erudito e non
dell’uomo di genio, bensì con l’uso dell’intelletto, come esemplificato dal
paragone fra dama e scacchi in Gli
omicidi della Rue Morgue. La
decrittazione della realtà altrimenti incomprensibile all’uomo comune, non
importa se colto o con una posizione di alto livello, è l’unica fonte di
gratificazione pensabile su questa terra.
Al meglio questa poetica
è riassunta nel capolavoro di Poe, il più compiuto dei suoi racconti di
investigazione, che non è uno dei tre racconti di Dupin, bensì Lo scarabeo d’oro. Il protagonista
Legrand (cognome tutt’altro che casuale), infatti, è un uomo che nella
considerazione degli altri appare eccentrico, se non addirittura un po’ folle.
È l’uomo che ha tentato l’indagine del perturbante ma si è ritratto in tempo,
dedicandosi alla decrittazione della realtà: niente potrebbe essere più
esplicito della metafora del racconto, dove la decifrazione di un codice
apparentemente incomprensibile consente l’acquisizione della ricchezza.
Indagare la realtà è
assai meno pericoloso e più proficuo che indagare la mente umana.