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venerdì 2 ottobre 2026

Ancora gratis (ma non prendeteci l'abitudine)

 

Un'autentica rarità: questo volume di racconti illustrati, uscito nel 2013 esclusivamente in formato digitale e ormai introvabile, è ora scaricabile gratuitamente in PDF: cliccare in alto a destra e voilà!

 

domenica 27 settembre 2026

Mistero fiorentino per Sherlock Holmes

 


 Anche io, nel mio piccolo, non ho resistito alla tentazione di scrivere un raccontino con protagonista Sherlock Holmes, come hanno fatto quasi tutti gli autori di narrativa gialla. Vogliate perdonare.

Mistero fiorentino per Sherlock Holmes

            La noia, come si sa, era la nemica principale del mio amico Sherlock Holmes. In un periodo in cui sembrava attanagliarlo in modo inesorabile decise di combatterla con un viaggio e, poiché mi chiese di accompagnarlo, mi concesse il privilegio di scegliere la meta, che per lui era indifferente.

            Non ebbi dubbi: l’Italia. Il mio amore per l’arte non mi lasciava alternative. Io inoltre me la cavavo abbastanza bene con l’italiano, diversamente da Holmes il quale, però, nei due mesi che precedettero la nostra partenza, mi raggiunse e mi superò con uno studio a tappe forzate.

            Quando, dopo due settimane a Venezia, prima tappa del nostro viaggio, giungemmo a Firenze per la seconda parte del soggiorno, conversava scorrevolmente nella lingua di Dante.

            Si capisce che le meraviglie artistiche dell’Italia deliziavano soprattutto me, mentre scorrevano senza particolare effetto su Holmes, assai più incuriosito dalle persone e dai loro costumi. Temevo però che alla lunga anche quello lo avrebbe stancato, quando per fortuna un diversivo servì a intrattenere la sua mente.

            Ci eravamo fatti portare in camera il tè del pomeriggio, allorquando un cameriere dell’albergo bussò e ci recapitò il biglietto da visita di un signore che desiderava conferire con Holmes. Ci guardammo stupiti ma il mio amico fece subito un cenno affinché l’ospite fosse fatto entrare.

            Fece il suo ingresso un giovane di non più di venticinque anni, dall’aspetto distinto e dall’abbigliamento di chi conduce vita mondana ed è abituato a curare i particolari. Fatte le debite presentazioni, venne subito al motivo della sua visita.

           «Signor Holmes, vogliate scusare questa intromissione senza preavviso nel vostro viaggio in Italia. D’altra parte la vostra fama vi accompagna e ho ritenuto una combinazione troppo fortunata il fatto che voi vi trovaste qui proprio quando ne avevo bisogno.»

           «Sedetevi, signor Ginori, e spiegatemi con calma di cosa avete bisogno. Vi prego d’altronde di tenere presente che mi trovo in una città di cui non conosco niente e dove non so come muovermi, quindi dubito di potervi essere d’aiuto.»

            Il signor Ginori più che sedersi si accasciò. Appariva veramente disperato.

            «Il problema, signor Holmes, è che dopo aver trovato l’amore della mia vita forse l’ho perso per sempre.»

            Holmes e io ci scambiammo uno sguardo: che la fama di Holmes lo avesse accompagnato nel modo sbagliato? Possibile che lo si ritenesse non un investigatore, bensì un ruffiano?

            «Vi dispiacerebbe spiegarvi meglio?» intervenni io, prima che Holmes potesse profferire qualcosa di tagliente e inopportuno.

           «Vedete, la mia famiglia da anni preme affinché io mi sposi. Sono l’erede della nostra azienda e ci tengono che abbia presto a mia volta un erede. Ma io preferisco godermi la vita e non legare la mia esistenza a una sola donna. O meglio, lo preferivo fino a quando nella mia esistenza non è entrata la signorina Odilia Sanvittori.»

            Il giovanotto fece una pausa. Evidentemente il solo pronunciare quel nome lo metteva in agitazione.

            «L’ho conosciuta a una festa della baronessa Ricasoli, anche se conosciuta non è il termine adatto. Ho notato questa bellissima ragazza che se ne stava in disparte, senza conversare con nessuno, e ho chiesto sue notizie alla padrona di casa. Anche lei, però, non mi ha saputo dire molto, se non che era giunta in città da poco e che aveva preso in affitto una villa sulla collina di Boboli, poco distante dalla sua. Pareva vivesse da sola con poca servitù. Le ho chiesto il favore di presentarmela e così sono stato introdotto alla conoscenza di quella magnifica creatura.»

           «Da questa Sanvittori, una volta conosciutala, avete ricevuto notizie più precise sulla sua provenienza?», chiese Holmes, che per la prima volta mostrava un barlume di interesse.

            «Assolutamente no. Purtroppo la signorina è stata molto gentile ma anche molto riservata. In una maniera inconsueta, devo dire.»

           «Cosa intendete?»

            «Sembrava... come dire, timorosa di coinvolgermi troppo nella sua vita, come se ci fosse qualcosa di pericoloso per me o per chiunque entrasse con lei in una conoscenza più approfondita. Comunque sono riuscito a strapparle la promessa di poterle fare visita il giorno seguente.»

            Ginori si alzò, chiedendo scusa.

          «Vorrete perdonarmi, ma questa storia mi ha molto agitato e continua a turbarmi. Non riesco a parlarne rimanendo seduto e ho bisogno di camminare avanti e indietro mentre racconto, se la cosa non vi arreca disturbo.»

            Holmes fece cenno che poteva proseguire come meglio gli aggradava.

           «Il giorno seguente, però, quando mi presentai al cancello della villa un domestico dall’aria truce mi recapitò un biglietto da parte della sua signora. Dentro solo tre parole: non cercatemi più. Se mi avessero dato uno schiaffo in pieno volto non mi avrebbero potuto scuotere maggiormente. Non una parola di scusa né un accenno di spiegazione. Mai mi era capitato qualcosa del genere.»

            «Di sicuro non vi siete dato per vinto», soggiunse Holmes.

            «Ça va sans dire. Ho messo un servitore di guardia al cancello, con l’ordine di seguire la donna quando usciva e di riferirmi dove si recasse.»

            «Con quale esito?»

           «Ho scoperto che la ragazza, di cui ormai mi sentivo completamente preso, ogni giorno alle tre in punto faceva arrivare una carrozza, la quale la conduceva al Grand Hotel Baglioni. Colà entrata, però, se ne perdevano le tracce. Ieri allora ho deciso di intervenire io in prima persona, e l’ho attesa nella hall dell’albergo. Volevo dapprima osservarla di nascosto ma purtroppo non appena entrata si è guardata in giro e mi ha scorto. Ha lanciato un grido che ha fatto sollevare alcune teste, poi senza esitare ha imboccato un’uscita secondaria. Io ero troppo distante da lei per seguirla subito e quando finalmente sono sbucato nel vicolo retrostante su cui dava quella porta, ho fatto appena in tempo a vederla che svoltava l’angolo. Ma ecco che proprio in quel momento è risuonato uno sparo, che mi ha gelato il sangue. Quando mi sono ripreso sono corso in quella direzione ma non c’era più traccia né di lei né dell’aggressore.»

            Il signor Ginori si passò più volte le mani fra i capelli, evidentemente ancora sconvolto al pensiero di quanto era accaduto.

            «Sono tormentato dal pensiero che la causa di tutto ciò possa essere stata la mia intromissione importuna e tremo al pensiero che quella donna, che ormai sento di amare, possa essere...» Non riuscì a terminare la frase e si risedette.

            Holmes rimase per qualche istante in silenzio, poi alzò una mano e mostrò due dita.

           «Vi chiedo di fare due cose.»

            Ginori lo guardò sinceramente sbalordito. «Davvero mi potete aiutare?»

           «Se seguirete queste mie due semplici istruzioni sì, penso di sì.»

            «Sono tutto orecchi.»

            «Se non sbaglio il quotidiano di Firenze si chiama La Nazione, è corretto?»

           «Sì, è esatto.»

            «Bene, la prima cosa che vi chiedo di fare è di non leggerlo domani.»

            Se prima il volto di Ginori era sbalordito, adesso era stralunato. «Ma perché mai...»

            «Niente domande, vi prego. La seconda cosa che desidero facciate è di ritornare da me domani, immediatamente dopo che questa signorina Sanvittori si sarà messa in contatto con voi, come senz’altro mi aspetto faccia.»

            Credo che Ginori avrebbe avuto non una bensì tremila domande da porre ma riuscì a frenarsi e tacque, pur conservando un’espressione da pesce in padella.

            «E adesso, se non vi dispiace, devo affidare un incarico al mio amico Watson qui presente. A domani.»

            In realtà gli incarichi che mi affidò furono due: uno relativo al caso, l’altro inerente a noi, cioè la prenotazione presso un ristorante famoso per la bistecca alla fiorentina, la cui degustazione ci impegnò piacevolmente per tutta la serata.

            Il giorno seguente, alle undici del mattino, Ginori si fece annunciare e fu fatto entrare.

            Era pallido come un morto e si limitò a porgere a Holmes un biglietto.

            Soltanto voi potete aiutarmi. Vi prego di tenervi pronto a partire verso una destinazione che vi indicherò. La vostra Odilia.

            «Me lo hanno recapitato poco fa. Volete avere la bontà di spiegarmi per favore?»

            «Vedete, signor Ginori, nel nostro pur breve incontro di ieri sono riuscito a farmi un’idea abbastanza precisa delle vostre, chiamiamole così, aspettative sentimentali. Voi rifuggite dalla banalità di un comune matrimonio per tramandare il patrimonio di famiglia; patrimonio che sicuramente è molto ambito da giovani fanciulle desiderose di conquistare il vostro cuore e la vostra fortuna. Tale è senz’altro anche Odilia Sanvittori, di cui fra l’altro dubito sia quello il vero nome, la quale ha pensato bene (e giustamente) che invece di corrervi dietro sarebbe stato assai più proficuo far correre voi dietro a lei. Ed ecco il finto mistero della sua esistenza pericolosa, con tanto di possibile omicidio, che ha sortito l’effetto voluto. Non dubitate del fatto che sapesse benissimo di trovarvi ad attenderla in albergo, né che una carrozza l'attendesse voltato l'angolo, dopo aver sparato un innocuo colpo in aria. Se io non avessi accelerato gli avvenimenti, quel biglietto vi sarebbe giunto comunque fra pochi giorni, dopo che l’incertezza vi avesse macerato ancora un po’. Sareste partiti insieme verso qualche destinazione esotica, dove avreste ascoltato rapito la sua strabiliante storia sui pericoli che la minacciavano, e ne avreste fatto ritorno con l’anello matrimoniale al dito.»

          «E come avete fatto ad accelerare l’invio del biglietto, di grazia?»

          «Elementare. Il mio amico Watson ieri si è recato presso la redazione del locale quotidiano e negli annunci ha fatto pubblicare l’avviso del vostro fidanzamento, avvenuto in forma privata, con la signorina inglese Elizabeth Gaskell. Nome di pura fantasia, fra l’altro. Non dubitavo che, una volta lettolo, la Sanvittori sarebbe stata costretta a stringere i tempi per scongiurare il pericolo.»

            Il signor Ginori firmò senza battere ciglio un assegno per l’esoso ammontare della parcella che Holmes gli sottopose per i suoi servigi, poi se ne andò senza aver recuperato il colore del volto.

            Purtroppo ce ne andammo anche noi, ma non verso Roma come avevo sperato.

            «Vedete Watson, il caso appena trattato ci dimostra come il cuore umano sia uguale dovunque, e dovunque lo si possa ingannare con la stessa facilità. Possiamo tornare a casa.»

domenica 12 luglio 2026

Premessa

 

Premessa a pagina 7 del libro di cui sopra:

Ogni riferimento a persone e fatti reali è puramente casuale (fra l'altro, se vi accadesse di vedervi rispecchiati in qualcuno di questi racconti, beh... non vorrei essere al vostro posto).

  

sabato 20 giugno 2026

Letteratura molto contemporanea

 

Ho scoperto per puro caso (la comunicazione fra autore ed editore non rientra nel novero delle possibilità probabili) che è tornato disponibile in una nuova edizione questo simpatico volumetto.

martedì 14 gennaio 2025

Tacchi alti culo basso

 

 

Qui di seguito il racconto che chiude il ciclo dedicato a Michele Settebordi, l'esperto di cinesica (e si chiude poiché lui, come vedremo, ha cambiato mestiere). Per comodità ne riepilogo i sei episodi precedenti:

Una giornata quasi al mare in Crimini con la valigia, Apice Libri 2022;

In questo caso non torna niente in Rosso Natale, Apice Libri 2024;

Il provinciale, Una storia senza titolo e La condanna in Il provinciale e altri racconti, Placebook 2023;

Cold Case in questo stesso blog alla data 12 gennaio 2024.

TACCHI ALTI CULO BASSO

             Trippasecca, il cuoco, gli porse il tagliere con la fiorentina per il tavolo quattordici. Settebordi non lo aveva mai sentito chiamare diversamente, ma dubitava che Trippasecca fosse il vero cognome. Era un uomo di quarant’anni circa, alto, magro ma col ventre prominente, i capelli di un colore incerto e una manciata di peli sparsa disugualmente per il mento e le guancie. Parlava poco e quasi mai senza bestemmiare, anche perché in genere apriva bocca per prendersela coi camerieri, rei a suo dire di usurpare i complimenti e le mance dei clienti grazie ai suoi manicaretti. E quella notevole fiorentina per il quattordici era appunto foriera di mancia consistente, perciò Settebordi si affrettò ad andare a servirla a Foschini, cliente abituale.

            Foschini era forse l’unico esemplare conosciuto di maschio infedele italiano che, per motivi rimasti ignoti, frequentasse lo stesso ristorante sia con l’amante che con la legittima consorte. Logico che quando si trovava con quest’ultima foraggiasse di laute mance i camerieri, onde lavar via dalla loro memoria qualunque riferimento agli incontri non autorizzati.

            Invano.

            Lei sapeva. Settebordi poteva dirlo con la certezza di anni di lavoro di analisi comportamentale. Tutti gli indicatori non verbali mostravano come la moglie fosse consapevole che lui avesse un’amante. I brandelli di conversazione captati durante il servizio di taglio della fiorentina, poi, gli dimostrarono anche come sapesse perfettamente chi fosse quella che lui si portava a letto.

            «... quale altro significato e utilità vuoi trovare nelle labbra rifatte? Non certo estetici: cosa ci sia di bello nell’assomigliare a un canotto senza remi o a un pugile suonato e gonfio devo ancora scoprirlo. È una teoria ormai ampiamente dimostrata che i ripieni del botox corrispondono a uno svuotamento del cervello. E del resto hai mai trovato un uovo di Pasqua soddisfacente?»

            L’atteggiamento della moglie era dominante: parlando si sporgeva in avanti, sovrastando il marito e schiacciandolo sia fisicamente che verbalmente.

            «Cosa c’entra l’uovo di Pasqua adesso? Siamo a novembre.»

            Foschini parlava con finta disinvoltura ma era sulla difensiva. Probabilmente aveva passato l’intera vita sulla difensiva: si sapeva (perché in provincia queste cose si sanno sempre) che i soldi erano della moglie e che lui giocava il ruolo del principe consorte.

            «Pensaci bene – proseguì lei ignorando volutamente la banale osservazione del marito – hai mai trovato anche soltanto una volta una sorpresa nell’uovo di Pasqua che non fosse una ciofeca colossale? Anche in quelli che più si dichiaravano di lusso, con sorprese firmate e quant’altro. Alla fine poi non contenevano che un brutto portachiavi, una penna che non scrive o cianfrusaglie simili.»

            «Ancora non ti seguo...» pigolò Foschini.

            «Le troie, caro mio, ti attirano con una luccicante confezione esterna, con quelle labbra gonfie che promettono pompini da sogno...»

            «Marta, ti prego...» gemette Foschini arrossendo e guardandosi intorno.

            Settebordi terminò di tagliare la fiorentina e lasciò il vassoio a disposizione dei due coniugi, tornando in cucina per prelevare la prossima comanda.

            «E allora, poliziotto? Ti sei gustato la scenata coniugale che poi ti frutterà una mancia più grossa?»

            Ciupanelli, cameriere anziano del locale, non lo vedeva di buon occhio. Ancor di più dato il fatto lampante che a Settebordi non importasse un fico secco dell’opinione di Ciupanelli. Che lo chiamasse pure, lui come gli altri, poliziotto. La cosa gli faceva quasi piacere e non perché si sentisse lusingato dall’appellativo, bensì perché gli ricordava un passato del quale era felice di essersi liberato. Anni di studio, di sogni, di ambizioni, di speranze di cui non era rimasto nulla e che tuttavia non rimpiangeva. Non era stato un poliziotto, ma con le questure aveva collaborato per lungo tempo, in qualità di esperto di cinesica. Il linguaggio non verbale era la sua specialità e in molte occasioni gli era servito per risolvere casi intricati.

            Invano, però.

            La sua richiesta di poter entrare in pianta stabile in polizia non aveva mai avuto seguito e si era sempre dovuto accontentare di incarichi a gettone.

            Per cui a un certo punto aveva detto basta. Il primo lavoro con uno stipendio decente che fosse riuscito a procurarsi, purché non lo impegnasse con la testa, lo avrebbe preso al volo. E così era finito a fare il cameriere in quella trattoria chic nel centro di Montecatini. In un paese dove i cuochi fungevano ormai da opinion leader e dove non potevi accendere la televisione senza imbatterti in un programma di cucina, la ristorazione era un settore che snobbava la crisi e i tavoli erano pieni tutte le sere.

            Niente di meglio per Settebordi. Testa libera da elucubrazioni, semplice lavoro con stipendio dignitoso e nessuna preoccupazione. Aveva tirato dentro anche suo cugino, Dino Rosi, disoccupato cronico e scansafatiche da competizione, piazzandolo come aiuto in cucina. Abituato a trascorrere le giornate da nullafacente e a campare con il sussidio di disoccupazione, Rosi non mancava di lamentarsi, ogni volta che capitava, di questa tremenda disgrazia che gli era piombata addosso: dover lavorare.

            Dopo aver ignorato il sarcasmo di Ciupanelli, entrato in cucina si trovò quindi di fronte il battagliero cugino: «Michele Settebordi! Lo sai quante patate ho sbucciato stasera?»

            «Licenziati.»

            «Ancora qualche giorno e vedrai…»

            Ma quel giorno minacciato più volte non arrivava, poiché Rosi stava sperimentando sensazioni nuove, come per esempio il rientro a casa senza sotterfugi. Fino a poco tempo prima, privo com’era di uno stipendio fisso, doveva escogitare modi sempre nuovi sia per entrare che per uscire dal proprio appartamento: non pagava le spese condominiali da anni e l’amministratore gli tendeva agguati su agguati. Adesso, in comode rate, aveva iniziato a saldare gli arretrati.

            «Ci mancavano le vostre recriminazioni familiari per essere al completo in questa gabbia di matti», disse Ciupanelli passando loro accanto.

            Ciupanelli era perennemente incazzato con il mondo intero. Di fare il cameriere si vergognava. Non perché avesse titoli di studio tali da farlo ambire a qualcosa di meglio: possedeva solo la terza media, non essendo neppure riuscito a terminare l’istituto alberghiero. Il fatto era che lui sentiva di appartenere alla categoria dei furbi, e i furbi fanno i soldi, in barba alla laurea o alle capacità. Il fatto che invece il mondo lo relegasse a servire quelli che i soldi li avevano davvero lo considerava uno sgarbo del destino.

            Settebordi proseguì nella sua politica di ignorarlo del tutto e tornò in sala.

            Mentre serviva una portata al tavolo adiacente a quello dei coniugi Foschini, poté udire altri brandelli della concione della moglie.

            «… come quelle che portano i tacchi alti pur avendo il culo basso. In questo modo non fanno che accentuare la propria chiattonaggine…»

            L’amante di Foschini si presentava sempre in equilibrio su trampoli vertiginosi e questo non fece che confermare a Settebordi che la moglie si divertisse a tormentarlo. Probabilmente neppure lei si faceva mancare l’amante, perché non c’era traccia di gelosia nel suo atteggiamento, ma voleva ribadire la propria posizione di superiorità.

            Si trattò comunque dell’ultima frase prima che nel ristorante entrasse la polizia.

            L’ispettore Reggiani, accompagnato da un agente in divisa, si fermò poco dopo l’ingresso e scrutò la sala. Quando scorse Settebordi ebbe un moto di sorpresa e gli fece cenno di avvicinarsi.

            «Che cazzo ci fai qui Settebordi? Un’operazione in incognito?» gli chiese, osservando la sua tenuta da cameriere.

            «No, Reggiani, ho solo cambiato lavoro.»

            «Cambiato lav… vabbè me lo spiegherai un’altra volta. Adesso indicami Alfredo Foschini, se sai chi è.»

            «Lo so. Mi puoi dire perché…»

            «No, non posso.»

            «Andiamo, Reggiani.»

            «Sto per arrestarlo per l’omicidio di Ciocetti Zaira, sua amante. O meglio ex amante, visto che l’ha strozzata. Ora mi vuoi dire chi è?»

            Per evitare un arresto in mezzo alla sala, Settebordi andò al tavolo e, con un pretesto, chiese a Foschini di seguirlo. Dopo, non poté impedire alla sua deformazione professionale di seguire e osservare con attenzione le fasi seguenti.

            Fece poi in tempo a raggiungere Reggiani prima che chiudesse lo sportello dell’auto, all’interno della quale stavano conducendo via un Foschini in evidente stato di shock, e a parlargli.

* * *

            «Come hai fatto a capire che era stato lui?» gli chiese Reggiani il giorno dopo in questura. Aveva quel misto di considerazione e sospetto con cui lo trattavano in genere gli investigatori e che era stata una delle cause per le quali aveva abbandonato la collaborazione con la polizia. Che si era ritrovato poi a dover svolgere quasi controvoglia, con il caso del meschino Foschini.

            «Ero lì accanto quando gli avete notificato l’arresto, e che il colpevole non fosse Foschini l’ho capito subito. Di fronte a quella notizia ha strizzato più volte gli occhi. È la classica espressione di chi è talmente sorpreso da non poter credere alla realtà e prova a chiudere e riaprire gli occhi nella speranza di trovarsi in un sogno. Non è la reazione di un colpevole.»

            «Mi stai dicendo che semplicemente per il fatto che ha sbattuto le palpebre tu hai capito che era innocente?» Di nuovo l’incredulità cui era ormai abituato.

            «Lo so che non si tratta certo di azioni che possano costituire una prova da esibire in tribunale. Proprio per questo il cinesico opera come consulente: a trovare le prove o a procurarsi le confessioni deve pensarci la polizia.»

            «Ma come hai capito chi era il colpevole?»

            «Mi ha insospettito l’atteggiamento di Ciupanelli, quando è uscito dalla cucina per osservare la scena. Aveva le mani in tasca, il che è inusuale per un cameriere. Voleva reprimere qualcosa. Inoltre non tutta la mano era nascosta: ne spuntava il pollice. Si tratta di una postura altamente aggressiva, di cui non sapevo spiegarmi il motivo. E inoltre entrambi i pollici puntavano senza ombra di dubbio in direzione di Foschini. Lui e la moglie erano clienti abituali e mi sono ricordato d’improvviso di una volta in cui, per puro caso, avevo captato un brandello di conversazione fra Ciupanelli e la moglie di Foschini mentre questi era in bagno, e i due si davano del tu. Cosa che non avveniva nell’ufficialità. I miei sospetti si sono quindi ingigantiti ed è stato allora che ho deciso di rincorrerti fino all’auto e confidarteli. Poi voi avete fatto il resto.»

            «In effetti la loro montatura per simulare l’omicidio da parte del Foschini era abbastanza cialtronesca e probabilmente ci saremmo arrivati comunque. Però ci hai risparmiato senz’altro del tempo. Andiamo in pasticceria che ti offro la colazione.»

            Quello era il massimo di ricompensa che poteva aspettarsi e si accontentò. D’altra parte Reggiani non si era accorto della piccola discrepanza temporale nel suo racconto. Settebordi non aveva subito seguito l’ispettore all’auto per comunicargli i suoi sospetti e infatti era arrivato solo poco prima che se ne andassero. Quel brandello di conversazione gli era tornato in mente dopo che suo cugino gli aveva riferito di aver scorto Ciupanelli che, credendosi non visto, aveva fatto gesti di esultanza all’arresto di Foschini.

            Si fece offrire qualche pasta in più, che mise in un sacchetto da portare a Dino.

 

L'economia spiegata in breve