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domenica 11 ottobre 2026

Divulgazione

 


 

Quando gli Spagnoli nel XIII secolo approdarono sulle Isole Canarie ed entrarono in contatto con i suoi abitanti: i Guanci. Gli spagnoli rimasero scioccati quando i Guanci raccontarono loro di essere gli unici sopravvissuti di un’antica catastrofe che serbavano indelebilmente nella loro memoria. Dissero agli Spagnoli che le isole che formavano l’arcipelago, in realtà, erano i resti delle cime delle montagne facenti parte di un’antica terra sommersa dalle acque dopo un violento cataclisma. Alcuni cronisti, riportarono anche, che essi sostenevano di provenire originariamente da una grande isola scomparsa nell’oceano. Si narra inoltre che gli Arabi, quando nel 1016 scoprirono l’arcipelago, le chiamarono Khaledat (l’isola che non scompare). Dei Guanci si sa poco o nulla. A parte alcune incisioni simboliche indecifrabili all’interno delle caverne, essi non hanno lasciato alcuna testimonianza scritta della loro storia. Le uniche informazioni disponibili sono state raccolte da cronisti, storici ed esploratori spagnoli in seguito alla loro conquista. I Guanci fisicamente, si presentavano generalmente alti di statura i maschi adulti avevano un’altezza media di circa 1,80 m, ed erano di corporatura robusta e possente. Avevano la pelle bianca, e la maggior parte, aveva i capelli biondi o rossi e occhi azzurri o grigi. Gli uomini portavano inoltre lunghe e folte barbe.
Gli spagnoli, al momento del loro arrivo, tra i Guanci, trovarono una cultura più unica che rara. Essi vivevano perlopiù in grotte naturali o artificiali, che decoravano con figure astratte e geometriche, simboli misteriosi formati da spirali e triangoli, similmente ai Cro-Magnon europeidi dell’Era Glaciale. Erano come rimasti all’età della pietra: non conoscevano la lavorazione dei metalli ed usavano utensili di pietra, osso, legno, conchiglie e terracotta. Alcuni cronisti riportarono notizie di trapanazioni craniche auto-inflitte allo scopo di aumentare la percezione della visione. Il suicidio rituale era considerato onorevole e, in occasione dell’instaurazione di un nuovo capo, uno dei suoi sudditi lo onorava volontariamente gettandosi da un dirupo: troviamo usanze simili tra i precolombiani. Un aspetto sconcertante, riguardava però la cultura di queste genti, assurdamente complessa ed evoluta soprattutto dal punto di vista sociale. È noto infatti, che normalmente le società cosiddette ‘primitive’ non hanno classi né gerarchie; i Guanci, al contrario, avevano re, principi, nobili, dinastie, una classe sacerdotale ben organizzata, e una casta di guerrieri, come se fosse una società urbana. La trasmissione ereditaria della regalità avveniva per via matrilineare, cioè, sebbene l’autorità fosse detenuta dal re, egli ereditava la sua dignità dalla madre (ad esempio poteva essere il figlio della sorella del re precedente.
Possedevano inoltre una scrittura alfabetica. Gli Spagnoli constatarono, inoltre, che le donne godevano degli stessi diritti degli uomini e supposero che, forse in passato la società guanche fosse fondata su una struttura matriarcale, simile a quella della Creta arcaica o della Sicilia delle Dee Madri. Per esempio, una regola consuetudinaria proibiva ad un uomo di rivolgere la parola per primo ad una donna, obbligandolo ad aspettare pazientemente che fosse quest’ultima a farsi avanti. Per quanto riguarda la componente maschile della società guanche, ancora oggi, vengono ricordati i nomi degli antichi re ed eroi che governarono prima dell’arrivo degli Spagnoli e che si opposero fieramente per oltre un secolo alla loro conquista: Tinerfe, da cui il nome dell’isola di Tenerife, Pelinor, Bencomo, Achaimo, Doramas. Sul pontile del porto di Tenerife si possono ammirare le statue dei re guanche, chiamati Menceyes. Curiosamente, al momento dell’arrivo degli Spagnoli, il territorio guanche era suddiviso in 10 distretti, ognuno governato da un Mencey. Il parallelismo con il governo di Atlantide per come ce lo racconta Platone è evidente. Credevano innanzitutto in un Dio Creatore, superiore a tutti gli altri, chiamato in vari modi: Acoran a Gran Canaria, Achaman a Tenerife, Eraoranhan a El Hierro, Abora a La Palma, Orahan a La Gomera. Alcuni studiosi lo ritengono identificabile con l’egizio Amun. Adoravano anche Magec, il Dio del Sole. Credevano inoltre, che l’anima immortale di tutti gli uomini provenisse dalla Luce del Sole e fosse della medesima sostanza: conseguentemente a tale credenza, pensavano che tutti gli uomini fossero i figli divini e immortali di Magec e che, dopo la morte, sarebbero tornati nel suo Regno di Luce. Una caratteristica sorprendente dei Guanci, fu la loro scienza nell’imbalsamare i morti: in molteplici grotte o seppellite sotto tumuli funerari, sono state ritrovate e il più delle volte, purtroppo, saccheggiate innumerevoli mummie. La mummificazione praticata dai Guanci era simile a quella degli antichi Egizi: il cadavere veniva svuotato dagli organi interni (che spesso venivano conservati in recipienti a parte), lasciato essiccare al sole e avvolto in pelli di capra. L’operazione di mummificazione era riservata ad una classe di professionisti, che erano o donne per le donne o uomini per gli uomini.
A Guimar, sulla costa orientale di Tenerife, a metà degli anni ’80 durante uno scavo, vennero alla luce alcune costruzioni piramidali, ciascuna costituita da cinque gradoni di pietra lavica di forma rettangolare, che assomigliano stranamente a quelle edificate in Messico dai Maya e dagli Aztechi e in Medio Oriente dai Babilonesi. Le piramidi originariamente erano nove, ma ne sono rimaste soltanto sei. Vennero scoperte, studiate e rese note al mondo dal lavoro del celebre ricercatore e navigatore Thor Heyerdahl, il quale mise in evidenza che le piramidi avevano un preciso orientamento astronomico. La presenza di piramidi, venne segnalata già nel 1632 dal frate francescano Juan de Abreu, che ne descrive alcune, anche sull’isola di La Palma. Il cronista riferì inoltre, che tali costruzioni, erano state costruite a imitazione di “una sorta di piramide naturale” costituita da un solo blocco di roccia, che veniva chiamata dai Guanci ‘Idafe‘, nome di una misteriosa divinità alla quale era consacrata.

venerdì 2 ottobre 2026

Ancora gratis (ma non prendeteci l'abitudine)

 

Un'autentica rarità: questo volume di racconti illustrati, uscito nel 2013 esclusivamente in formato digitale e ormai introvabile, è ora scaricabile gratuitamente in PDF: cliccare in alto a destra e voilà!

 

giovedì 1 ottobre 2026

Gratis (et amore dei)

 

 

Da oggi è possibile leggere gratis questo libro. Per il PDF è infatti sufficiente cliccare sul link in cima alla colonna di destra.

 

venerdì 4 settembre 2026

Continuiamo così...

 

Ecco quello che per la maggioranza degli studenti odierni rappresenta un'asperità difficilissima da superare: il dizionario.

Un libro. Con così tante pagine. Ohibò!

Si parte dalla prima difficoltà: l'ordine alfabetico. O lo ignorano bellamente o lo sanno a pappagallo e per scoprire dove si trovi la T devono recitarlo dall'inizio. Il semplice fatto che per rintracciare un lemma, dopo la lettera iniziale, si debba considerare la seconda, manda in corto circuito le sinapsi e se poi si arriva alla terza, alla quarta e successive il cervellino ormai è fuso.

Anche la possibilità che un vocabolo possieda più accezioni di diverso significato e uso spiazza completamente il sedicente discente, poco abituato al discernimento e alla necessità di usare il ragionamento per operare una scelta.

Certo, una volta fuori da scuola è sufficiente chiedere la parola all'intelligenza artificale. Che però, per l'appunto, è l'intelligenza di qualcun altro e alla nostra giova ben poco. Sarebbe come pensare di allenarsi guardando una corsa ciclistica in televisione invece che pedalando in proprio... 

martedì 28 luglio 2026

Errata corrige


 
Nel romanzo L'idiota di famiglia di Dario Ferrari compare un errore che mi sento in dovere di correggere. L'io narrante del libro afferma che nello scudetto del 1988-89 l'Inter schierasse tre tedeschi: Matthaus, Brehme e Klinsmann.

Non è così: come si vede dalla foto la seconda punta era Ramon Diaz, che l'anno successivo fu ceduto per l'arrivo di Jurgen Klinsmann; le norme dell'epoca non consentivano infatti di avere in squadra più di tre stranieri. 

martedì 21 luglio 2026

Non ce la possiamo fare

 

Risposta dell'assistente virtuale sul sito della Telecom:

"Vuoi che ti metto in contatto con l'assistenza tecnica?"

... e niente, neppure l'intelligenza artificiale ce la fa a usare il congiuntivo.

RIP.

 

domenica 12 luglio 2026

Premessa

 

Premessa a pagina 7 del libro di cui sopra:

Ogni riferimento a persone e fatti reali è puramente casuale (fra l'altro, se vi accadesse di vedervi rispecchiati in qualcuno di questi racconti, beh... non vorrei essere al vostro posto).

  

lunedì 22 giugno 2026

Manzoni e l'italiano medio

 

Le vie dell'arte sono imperscrutabili e a volte sceglie gli artisti più improbabili per esprimersi. Toccò quindi al bigotto Manzoni dare il primo, straordinario e insuperato ritratto dell'italiano medio: don Abbondio. Zerbino coi potenti, arrogante coi popolani, riesce comunque a rimanere a galla e a sopravvivere a tutto: alle minacce dei bravi, a don Rodrigo, alle reprimende del cardinale Borromeo, financo alla peste, conservandosi un robusto appetito e la possibilità di saziarlo.

Guardatevi intorno. Quanti ne vedete? 

sabato 20 giugno 2026

Letteratura molto contemporanea

 

Ho scoperto per puro caso (la comunicazione fra autore ed editore non rientra nel novero delle possibilità probabili) che è tornato disponibile in una nuova edizione questo simpatico volumetto.

martedì 5 maggio 2026

Obitorio

 


 

            Mi accade spesso di lanciarmi in uno dei miei cavalli di battaglia della conversazione o della scrittura, con un argomento che so declinare in una infinità di varianti e che si intitola “La scuola è morta”. Il discorso non vale ovviamente solo per la scuola. In altri settori, considerati più importanti, il decesso è avvenuto prima. Prendiamo la televisione: qui la data di morte è il 1960. Perché così presto? Anche qui nessun mistero: il sistema oligarchico partitocratico si era accorto fin da subito che la televisione costituisce un potente mezzo di controllo e ne iniziò con lungimiranza la lottizzazione precoce. Il 1960 è l’ultimo anno in cui alla RAI si viene assunti tramite concorso pubblico: dopo di allora si potrà entrare soltanto in quota di un partito, di governo o di opposizione forte. Il decesso non avviene in un giorno, l’agonia si protrae anzi per decenni ma quello che è certo è che quando nascono le televisioni commerciali la RAI è già un cadavere ambulante. Quindi la vulgata che Berlusconi con le sue televisioni spazzatura abbia ridotto in pattume anche il servizio pubblico è falsa: ci hanno pensato da soli. Si può stabilire con accuratezza anche il momento della fine: nel 1989 la RAI chiude il gioco a quiz Paroliamo, che richiede ai partecipanti il possesso di una buona conoscenza della lingua italiana, con l'affermazione che si tratta di un gioco troppo difficile per il pubblico, e con ciò sancisce l’avvenuta sepoltura. Alle televisioni commerciali non rimarrà che dare l’estrema unzione.

            Ma torniamo alla morte della scuola.

            Se volete possiamo trovare anche una data, per il valore che hanno le date nel segnare il confine fra un’epoca e l’altra, vale a dire ben poco. Il medioevo, tanto per dire, non termina nel 1492 e il funerale dell’istruzione in Italia non viene celebrato nel 2004, come asserisco poche righe più in basso. Però è comodo possedere dei punti di riferimento poiché, come non mi stanco di ripetere, l’Italia soffre in maniera cronica di un tratto che gli storici di solito riscontrano nel medioevo (come volevasi dimostrare: non è affatto finito cinque secoli e mezzo fa) vale a dire la mancanza di prospettiva e di memoria storica. Nel medioevo bastano pochi decenni per trasformare un trascurabile episodio militare del 778, la scaramuccia di Orlando a Roncisvalle, in materiale da poema epico che lo immortalerà nei secoli come una grande battaglia densa di episodi eroici. Perlomeno in Italia, un fenomeno simile, se non addirittura identico, persiste e lo ritroviamo ogni giorno nelle nostre città; pensate ai nomi delle vie: non credo esista città dai ventimila abitanti in su che non abbia nella sua topografia Via Adua.

            La disfatta di Orlando a Roncisvalle è una bazzecola in confronto alla legnata presa dagli italiani ad Adua. L’esercito abissino fa letteralmente a pezzi quello italiano ed è la prima volta nella storia che un esercito africano ne sconfigge uno europeo. Un episodio da sottacere per la vergogna, più che da sbandierare nel nome di una via come fatto glorioso.

Ma per l’Italia il ribaltamento delle sconfitte costituisce la normalità. Rimaniamo nei fatti d’arme e nelle intitolazioni delle vie di città, dove altrettanto frequentemente di Adua troviamo pure Luigi Cadorna.

            Orbene, Luigi Cadorna è stato il più lucido esempio di minchione nella storia militare italiana e probabilmente mondiale. Con sagace incapacità ha guidato le operazioni belliche italiane nella prima guerra mondiale fino al 1917, inanellando una serie di insuccessi che avrebbe fatto fuggire dalla vergogna qualunque altro comandante in capo. Quando la sua imperizia sfociò infine nella disfatta di Caporetto, non è che si affrettarono a mandarlo via a calci in culo né lui si sognò di dare le dimissioni, tutt’altro. In Italia producono solo poltrone con sedile colloso. Dovettero intervenire gli alleati, Francia e Gran Bretagna, per imporci di cacciarlo se volevamo il loro aiuto. E tuttora si intitolano strade al responsabile della disfatta di Caporetto, una batosta peggiore perfino di quella di Adua. Anche qui non sono trascorsi secoli, solo pochi decenni.

            Nessuna meraviglia, quindi, se sono stati sufficienti appunto ancor meno decenni a fare di un dittatore una persona che “ha fatto anche cose buone”. E d’altra parte esiste una legge, intuita da Tomasi di Lampedusa, che sconsiglia agli italiani di procedere a tentativi di cambiamento in meglio. La chiamerò “Legge dell’eterogenesi dei fini di Murphy”.

            Vediamo qualche esempio pratico, di cui scuserete l’eccessiva semplificazione ma non sto scrivendo un testo di storia né tantomeno sono uno storico di professione.

            Nella storia dell’Italia moderna troviamo il movimento rivoluzionario, chiamato a posteriori Risorgimento, che conduce all’unificazione. Movimento di massa non lo è stato sicuramente: a impegnarsi furono pochi intellettuali e idealisti, con scarso seguito popolare e ancor meno riscontro nella borghesia. Fra mille compromessi e ancor più numerose retromarce l’unità d’Italia fu ottenuta. Con quale splendido risultato? Sessanta anni della ridicola monarchia sabauda, seguiti da venti anni di dittatura fascista.

Durante la fase terminale di quest’ultima si diffonde un movimento rivoluzionario, la Resistenza, che ancora una volta prova a rifondare lo stato italiano, stavolta in modo meno macchiettistico. Anche questo è un tentativo tutt’altro che di larga partecipazione: i borghesi grandi e piccoli se ne stanno rintanati nelle loro case, ad attendere l’esito spiando tremebondi dalle persiane socchiuse. E qual è questo esito così faticosamente conquistato? Cinquanta anni di regime democristiano, occultamente guidato dagli Stati Uniti. Più o meno l’equivalente di aver consegnato il potere alle mafie.

Sul finire del regime democristiano, negli anni novanta del secolo scorso, si attua un terzo tentativo rivoluzionario, passato alla storia con il nome di Mani Pulite, che prova a estirpare la corruzione endemica dallo stato italiano. Passati i primi entusiasmi popolari, che sembrano preludere stavolta a una partecipazione di largo consenso, il risultato effettivo è degno del migliore circo equestre: il potere consegnato nelle mani di Berlusconi, per un ventennio fra i più aberranti della storia non solo nazionale bensì planetaria, con una persona che governa (si fa per dire) al solo, unico e dichiarato scopo di coltivare e difendere i propri interessi. Giusto per sottolineare una volta di più come sono gli italiani: il 30 aprile 1993 dei manifestanti in segno di protesta gettano monetine contro Bettino Craxi, uno dei leader politici abbattuti da Mani Pulite; neppure un anno dopo, cioè il 27 marzo del 1993, alle elezioni votano in massa per l’appunto Berlusconi, il delfino di Craxi. Da antologia anche il corollario dell’epoca Berlusconi, cioè Monti. Ne accenno perché riguardò da vicino anche la scuola. Il prestigioso economista Mario Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro vicino al quale l’avevano trascinata gli interessi di Berlusconi, ebbe una pensata geniale, da autentico bocconiano: ricorrere al metodo Superciuk, vale a dire rubare ai poveri per dare ai ricchi. Poiché il povero, secondo le più acclarate dottrine liberiste, lo è per propria colpa e per la sua naturale ignavia, occorre tassarlo alla morte. Dacché i poveri, a Dio piacendo, sono tanti, rastrellando le loro tasche si riesce a fare a meno di tassare i ricchi, su cui pesa il fardello di mandare avanti il paese. Fra i poveri spiccavano per particolare indolenza, nel giudizio di Monti, gli insegnanti. Ed ecco che di punto in bianco propose di aumentare il loro orario settimanale di insegnamento di un terzo, da diciotto a ventiquattro ore. Gratis. Anzi, a suo dire, molto ben remunerato dalla soddisfazione di aiutare il proprio paese. E quando una levata di scudi lo costrinse alla retromarcia, provvide con una battaglia di retroguardia a vendicarsi, togliendo agli insegnanti dal computo dell’anzianità l’anno 2013. Così, d’emblée, dovendo scegliere fra mille possibili manovre a minchia (tutte ben presenti nella sua lucida mente) ecco che tirò fuori dal cilindro l’ideona di cancellare dal calcolo degli anni di servizio l’anzianità di un intero anno solare. Lo stato incamerò milioni di euro di mancate progressioni di carriera e gli insegnanti impararono cosa succede a non voler lavorare gratis.

            Ecco, se questi devono essere i risultati dei tentativi rivoluzionari in Italia, meglio tenersi lo status quo.

            Comunque una data simbolica ben precisa, che sancisca l’inizio della fine, c’è, ed è il ricordato anno 2004 in cui viene abolito l’esame di quinta elementare. Si attua in tal modo l’ideale transizione da scuola, intesa come luogo di istruzione, a ovile, vale a dire a edificio dove parcheggiare il gregge.

            In saecula saeculorum.


 

venerdì 1 maggio 2026

Economia domestica

 

            Io di economia non so niente, quindi, poiché siamo in Italia, penso di essere autorizzato a parlarne in qualità di esperto. Comunque ho un saldo punto di riferimento, l’economista Sergio Ricossa, che essendo stato liberale, liberista e pure libertarianista spero non mi verrà contestato.

            Affermo quindi che il premio Nobel per l’Economia non esiste. Il suo fondatore Alfred Nobel, che si era arricchito con le sue scoperte, tra cui la dinamite, destinò nel testamento la maggior parte del suo patrimonio all’istituzione di un premio per personalità che si fossero distinte nei seguenti campi: fisica, chimica, medicina, letteratura, pace. Tra i premi, assegnati per la prima volta nel 1901, non ce ne era affatto uno per l’economia, poiché Nobel dichiarava di non avere alcuna formazione in quella disciplina e di odiarla dal profondo del cuore.

            In realtà, quello che comunemente chiamiamo Premio Nobel per l’economia, è ufficialmente denominato Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel: è stato istituito nel 1968 dalla Banca centrale svedese, in occasione dei 300 anni dalla sua fondazione, e assegnato per la prima volta nel 1969.

            Perché è stato creato? Per sostenere un’ideologia, perché chi lo riceve ottiene un prestigio mondiale ma, guarda caso, appartiene sempre al gruppo degli economisti conservatori: nel 1974 a Friedrich August von Hayek, nel 1976 a Milton Friedman, seguace di von Hayek e da allora sempre ai Chicago Boys, economisti formatisi all’Università di Chicago, in cui avevano insegnato sia Hayek che Friedman.

            Il cosiddetto “Nobel per l’Economia” sostiene un’ideologia conservatrice, accrescendo il prestigio dei suoi esponenti, per far prevalere il pensiero liberista – che esalta il libero mercato e chiede la riduzione dell’intervento dello stato in economia – su quello di John Maynard Keynes, sino ad allora predominante, che sosteneva la necessità dell’intervento statale nell’economia, anche aumentando la spesa pubblica per favorire l’occupazione.

            Siamo arrivati al punto che espressioni come “padronato”, “sfruttamento dei lavoratori” e “lotta di classe” sono del tutto assenti nel linguaggio quotidiano, come se fosse inaccettabile una visione della società basata su quelle idee.


L'economia spiegata in breve