Sono entrato a scuola come scolaro nel 1966 e ci sono rimasto ininterrottamente per sessanta anni, passando da davanti a dietro la cattedra.
Si può condensare in un unico pensiero la riflessione su oltre mezzo secolo di presenza nella scuola italiana? Per quanto mi riguarda, credo di sì: lotta alla scuola come mezzo e non come fine.
Si è affermato sempre di più in questi dodici lustri il concetto, ormai nella testa dell'uomo della strada, che la scuola sia funzionale al mondo del lavoro: uno strumento per ottenere una posizione, fino all'aberrazione della scuola-azienda e dell'alternanza scuola-lavoro, autentiche manifestazioni teratologiche.
A scuola si va per fare scuola, perché nella vita non si avrà più la possibilità di farlo. La maggior parte degli studenti non suonerà più uno strumento né dipingerà; a parte pochi, nessuno studierà più la storia, la filosofia, la letteratura. La scuola è l'unica occasione della vita di entrare in contatto con una dimensione del sapere altrimenti riservata agli specialisti.
Questo il messaggio che ho cercato di trasmettere con i miei libri.





