Stampato in pochisime copie, causa chiusura della casa editrice poco dopo la sua uscita, è praticamente introvabile. Ne riproduco qui un capitoletto.
C’ERA UNA VOLTA L’INSEGNAMENTO
Tutto ciò che dico è falso.
Epimenide
In un film di Sergio Corbucci con Totò del 1963, Gli onorevoli è il titolo, compare una scena memorabile, giustamente riproposta sui social media ogni volta che si avvicinano le elezioni. Antonio La Trippa (Totò), un ingenuo monarchico candidatosi per i propri ideali, spiega ai finanziatori della sua campagna elettorale come lui sia convinto che i deputati svolgano la loro funzione nell’interesse di chi li ha votati. La sortita suscita risatine di compatimento da parte degli scafati politicanti compagni di partito, che con condiscendenza gli illustrano il reale scopo per cui lui verrà eletto: procacciare appalti ai suoi finanziatori. Fare gli interessi degli elettori non usa più, una volta forse ma certo non adesso. Totò sintetizza allora con una celebre uscita questa ideologia: «I gonzi, gli imbecilli, i burini, i fessacchiotti mi danno i voti e noi ci facciamo una bella pappata.»
Anno di grazia 1963, ripeto.
Mutatis mutandis la stessa cosa può dirsi oggi dell’insegnamento. I fruitori della scuola, sia sotto forma di studenti che di genitori degli stessi e anche la gran parte del personale scolastico sono convinti che l’insegnante sia in cattedra per insegnare. È una di quelle associazioni così spontanee e intuitive (insegnante-insegnamento) che non viene messa in discussione, si dà per scontata, quasi fosse una perdita di tempo anche solo soffermarsi a dubitarne.
Gonzi, imbecilli, burini e fessacchiotti che non siete altro.
Per sapere quale sia il vero scopo della scuola e l’autentica funzione degli insegnanti nella nostra stupenda repubblica è sufficiente consultare una sentenza.
La Corte dei Conti, sez. III, 19.2.1994, n. 1623, ha ritenuto che l’obbligo della vigilanza per gli insegnanti abbia rilievo primario rispetto agli altri obblighi di servizio [il grassetto è mio] e che, conseguentemente, in ipotesi di concorrenza di più obblighi derivanti dal rapporto di servizio e di una situazione di incompatibilità per l’osservanza degli stessi, non consentendo circostanze oggettive di tempo e di luogo il loro contemporaneo adempimento, il docente deve scegliere di adempiere il dovere di vigilanza.
Così, nero su bianco.
Più o meno duemila anni abbondanti di pedagogia cancellati con leggerezza e nell’indifferenza generale. Non una voce (sindacati, politici, giornalisti, intellettuali, neppure il primo cretino che passa per strada) che in questi trenta anni abbondanti si sia levata a far notare l’abnormità di cotanta norma. Nessuno. Silenzio assoluto, come se fosse stata proclamata la bollitura dell’acqua a cento gradi.
Eppure pensiamo a cosa succederebbe se si applicasse ad altri ambiti un ragionamento simile.
Prendiamo i giudici in tribunale. Chi se ne frega se condannano un innocente o assolvono un colpevole; o anche se siedono al bancone e si limitano a grattarsi dove prude loro: l’importante è che mantengano l’ordine e il silenzio in aula. Fine. Idem per i medici in ospedale: che se ne fottano di curare i malati, purché nei reparti regni l’ordine e la disciplina. Ebbene, se una qualche Corte dei Conti o Cassazione o chi altri emettesse una sentenza del genere se ne discuterebbe per anni. Per gli insegnanti, invece, tutto tranquillo: che badino pure alla sorveglianza e trascurino l’insegnamento; più bovi ci sono in giro più chi di dovere si ingrassa indisturbato.
L’obiezione che più spesso viene sollevata quando mi lascio andare a considerazioni di questo tipo (anzi mi lasciavo, perché adesso evito, sono un po’ stanco) è di criticare senza proporre soluzioni. In definitiva, dicono, qualcuno dovrà pur pensare alla sorveglianza ed è quindi giusto che se ne occupi l’insegnante. Mica si vorranno lasciare i ragazzi liberi da qualsiasi controllo?
Questo genere di obiezioni serve in genere per dimostrare un unico assunto, vale a dire come e quanto in Italia abbondino coloro che si sono presentati in ritardo alla consegna dei cervelli. Tipico del mancato possessore di detto (per lui) superfluo organo è il sollevare obiezioni che abbiano una parvenza di logica, ma che se esaminate con un minimo di attenzione non rivelano niente di più del fatto che esponendosi all’acqua si corre il rischio concreto di bagnarsi. A questi campioni dell’ovvietà sfugge in genere che esiste una soluzione ancora più ovvia, ma forse troppo intelligente per il loro livello di ragionamento. Visto che agli insegnanti spetta (ohibò!) il compito di insegnare, non sarebbe male se della sorveglianza si occupasse qualcun altro, deputato appunto a tale bisogno.
Un concetto talmente semplice che non troppi anni fa era ancora in buona parte realtà. Fino almeno agli anni ottanta del secolo scorso un insegnante che si fosse affacciato dalla porta della classe sul corridoio avrebbe avuto buone probabilità di scorgere un custode. Se quindi un’urgenza di qualunque tipo lo costringeva a doversi allontanare per qualche istante, poteva affidare la classe temporaneamente alla custodia del custode.
A questo punto è necessario, mio malgrado e controvoglia, introdurre una lezione di storia del recentissimo passato.
In Italia, com’è noto, la memoria storica non è breve. È inesistente. Racconterò quindi alcuni fatti di politica scolastica, palesi all’epoca ma ormai ignoti ai più, degli anni che ci hanno preceduto.
La scuola italiana del secondo dopoguerra è di marca democristiana, fino alla scomparsa dei vecchi partiti all’inizio degli anni novanta del secolo scorso. Sull’onda lunga di Sturzo e con l’impronta di De Gasperi, per cinquanta anni la scuola in Italia viene osservata e gestita con paternalismo: nessun largheggiamento ma neppure un atteggiamento punitivo; pochi soldi agli operatori scolastici ma anche poche richieste. Quieto vivere, in pratica, talmente quieto che assorbì perfino i sussulti del sessantotto senza troppi scossoni. Va bene qualche concessione, fu detto, ma che sia di forma e non di sostanza ed ecco i famosi (o famigerati) Decreti Delegati del 1974. Con i quali anche il sessantotto fu digerito e seppellito per mezzo della burocrazia e si proseguì nella linea morotea del meno si fa meno si sbaglia.
Il punto di svolta tragico, la caduta dalla padella nella brace si ha con l’avvento del primo governo Berlusconi. Governo all’interno del quale un precursore dei tempi moderni (non si è mai saputo chi fosse anche se io qualche sospetto ce l’ho) opera una scoperta straordinaria: sulla scuola si può risparmiare a bestia, operando tagli indiscriminati.
È una rivelazione sulla via di Damasco.
Non ho certo assistito alla scena in diretta ma sono convinto siano state versate lacrime di gioia e si siano sprecati abbracci e pacche sulle spalle. Immagino l’entusiasmo di quel consiglio dei ministri: tutti a proporre il loro bravo taglio, in un’atmosfera di giubilo sfrenato. Chi suggerisce di ridurre drasticamente il numero degli insegnanti (basta fare classi più numerose e il gioco è fatto), chi il personale di segreteria (se le scartoffie si accumulano chi se ne frega), chi i bidelli (un po’ di incuria in più non ha mai ucciso nessuno) e in breve le scuole si spopolano. Al culmine dell’orgasmo (multiplo) la riflessione che incorona tutto quanto: la qualità dell’insegnamento peggiorerà decisamente e quindi gaudium magnum, poiché avremo meno persone che leggono libri e più beoti che guarderanno soltanto la televisione. Un giuramento particolare interviene fra i complottisti a quel punto: mai più un centesimo agli insegnanti. Se infatti esiste una categoria professionale particolarmente invisa ai nuovi politici, quella è il corpo insegnante. Perché mai, potrebbe chiedersi un ingenuo; ma perché se esiste qualcuno che possa instillare un minimo di coscienza critica agli italiani, impedendo loro di votare alle elezioni successive i medesimi che li hanno sodomizzati alle precedenti (con particolare preferenza per i voltagabbana), costoro sono gli insegnanti (il compito in realtà è quasi impossibile anche per loro, stante la mastodontica bovinità del suddetto popolo, ma un tempo di tanto in tanto ci riuscivano). Perciò, che crepino di fame.
In Italia poche cose durano a lungo, i giuramenti non sono fra queste, le promesse dei politici poi non parliamone neppure. E invece stavolta, miracolo: sono trascorsi ormai trenta e passa anni e i docenti non hanno mai visto un centesimo in più. Anzi. Facendo i debiti raffronti, si può tranquillamente affermare che un insegnante guadagni oggi almeno il trenta per cento in meno di quanto percepiva negli anni novanta del secolo scorso.
L’obiezione scontata che potrebbe sollevare un osservatore che poco abbia seguito questo tipo di vicende (la maggior parte della popolazione, inclusi alcuni degli stessi operatori scolastici) è che a questo famigerato governo se ne sono susseguiti altri, di colore anche diverso se non addirittura opposto e che, specialmente questi ultimi, si suppone abbiano posto riparo agli scempi.
Gonzi, imbecilli, burini e fessacchiotti.
È accaduto l’esatto contrario.
Coloro che si sono trovati aperta e spianata l’autostrada dei tagli alla scuola vi hanno aggiunto altre corsie, grati e felici. Da allora in poi, senza fallo, i governi si sono letteralmente salvati dalla bancarotta solo grazie all’orgia di tagli sulla scuola. Non che la sanità non abbia contribuito, ma in quel settore il pubblico è più sensibile e ai politici occorre andare più cauti.
Il tentativo che da parte della finta sinistra più si è distinto, se non altro per l’umorismo involontario, è stato quello del governo Renzi, nel 2015. Parlo di umorismo perché la sua riforma (si fa per dire) portava il nome di “la buona scuola”. Più o meno come un commerciante che incartasse della merda e provasse a rivenderla per cioccolata. In modo amplificato rispetto alle precedenti “riforme”, infatti, questa puntava a un unico e palese obiettivo: risparmiare, tagliare, sfrondare, depauperare senza riguardo alcuno. Sembra quasi un’ossessione del legislatore: a ogni piè sospinto il testo ripete che gli interventi “riformatori” non prevedono costi per lo stato. Ora, le riforme senza investimenti a casa mia si chiamano tagli… ma della legge 107 forse ci sarà occasione di riparlare.
Chiusa la lunga parentesi.
In conseguenza di tutto ciò gli insegnanti, che reggono ormai da trent’anni il peso dell’economia del paese sulle proprie spalle, non possono contare più sull’assistenza di nessuno. Agli zoppi botte negli stinchi.
Se un tapino professore volesse lasciare la classe un solo momento per qualsivoglia motivazione, sia essa importante (un libro dimenticato nell’armadietto) o trascurabile (i primi sintomi di un infarto) ha una sola possibilità: rinunciarci. Se spera in un custode a portata di voce può invecchiare sul posto, se spera che la classe rimanga tranquilla durante la sua assenza ci troviamo di fronte a un cultore della fantascienza. Se lascia la classe incustodita commette un reato.
E quindi l’insegnamento è ridotto a sorveglianza, né più né meno.
RIP.


