Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati.
Mastro Titta Memorie di un carnefice scritte da lui stesso
Non mi pare, anche se posso sbagliare, che sia mai stata tentata una rilettura in senso almeno parzialmente positivo dei cosiddetti anni di piombo. Già l’etichetta è sufficiente a presentarli sotto l’angolazione più negativa possibile, con il richiamo alle armi e alla violenza; non per niente l’immagine più iconica di quel periodo è una famosa foto, finita sulle copertine dei settimanali di tutto il mondo, nella quale un terrorista col volto coperto da un passamontagna punta la pistola ad altezza uomo durante un tumulto in pieno centro città.
Terrorismo, violenza, insicurezza e scontro sociale: tutti elementi che sembrerebbero preludere a una fioritura di leggi liberticide e repressive.
Sembrerebbero.
Eppure basterebbe rileggere quegli anni alla luce delle parole di Noam Chomsky:
Una delle lezioni più chiare della storia: i diritti non vengono concessi; vengono presi con la forza.
Conviene partire dalla fine del periodo di cui si parla: qual è l’atto che suggella in modo incontrovertibile la fine degli anni di piombo? A mio modo di vedere, e sono abbastanza sicuro di non sbagliare, l’abolizione della scala mobile nel 1984. Passata la paura per le operazioni armate dell’estrema sinistra, la classe dirigente politico-economica pone il suggello alla nuova era di liberismo economico sfrenato. Perché così è stato: fino a quando regnava la paura di finire gambizzati, gli esponenti del potere erano molto più propensi a prendere in considerazione le richieste dal basso. Quando le piazze si riempivano di gente con il pugno alzato a nessuno veniva in mente di abolire i diritti acquisiti: se fosse stato proposto qualcosa di anche lontanamente simile al famigerato jobs act renziano il rischio di guerra civile sarebbe stato alto. (Né possiamo immaginare un partito di sinistra che negli anni settanta partorisca una legge del genere.)
Ma in Italia, lo ripeterò fino allo sfinimento, la memoria storica non è breve: è inesistente. Bastano pochi anni per far dimenticare tutto e dare inizio a una inarrestabile erosione dei diritti acquisiti. In questi casi poi l’effetto valanga è irrefrenabile: una volta che ci si è resi conto che si può bastonare il popolo impunemente, la frenesia si impadronisce di chi impugna il randello e quindi lo mena a più non posso.
Nei tempi che viviamo, però, l’operazione è molto più raffinata. Nel cuore della crisi neoliberista, il più grande successo del capitale non è stato solo lo smantellamento dello Stato sociale, ma aver convinto le sue vittime a desiderarlo. Difficile attribuire a una sola persona l’iniziativa della creazione di questo capolavoro, anche perché chiunque sia stato non ha certo reclamato l’attribuzione del Nobel per la sua meritoria invenzione. Ma un forte indizio ce lo fornisce l’esecutore dell’azione esecranda cui poco sopra accennavo: l’abolizione della scala mobile a opera di Bettino Craxi. Credo sia da ricercare proprio in lui il germe di quel cambiamento che ha portato alla disgregazione della classe lavoratrice. Sicuramente in quegli anni, infatti, nasce il progetto di tagliare le pensioni, neutralizzare i contratti di lavoro, diminuire progressivamente l’assistenza sociale; in una sola frase: precarizzare le vite. Per ottenere questo da un ambiente che veniva dalla lotta di classe armata si è reso necessario riscrivere la percezione del mondo, trasformando i diritti in privilegi, la solidarietà in parassitismo, la spesa pubblica in colpa. L’operazione in Italia è assai più semplice che altrove: la televisione pubblica è lottizzata dai partiti, la televisione privata è proprietà di un soggetto prima politicizzato in appoggio a Craxi, poi politico egli stesso in prima persona. Trasformarla in uno strumento di idiozia di massa viene naturale. L’effetto è devastante: oggi milioni di persone, soprattutto giovani e precari, non sognano più l’estensione dei diritti sociali, ma il loro contenimento. Credono che le pensioni “troppo generose”, i congedi parentali, la sanità gratuita, le ferie pagate siano il peso morto che affonda le finanze pubbliche. Credono che chi ha un contratto stabile sia un privilegiato, quando non addirittura un ladro.
Come si è arrivati a tutto ciò, e perché? Le fasi storiche sono fondamentalmente due.
La prima è la grande inversione: dall’idea di conquista collettiva a quella di colpa individuale. Nel secondo dopoguerra, l’Europa conobbe una breve ma intensa stagione di ripresa e giustizia sociale. Per qualche decennio, sull’onda della ricostruzione, lo Stato sociale (con i suoi pilastri: istruzione pubblica, sanità universale, previdenza) rappresentò un compromesso fra capitale e lavoro, ritenuto necessario per la crescita. Non che le concessioni arrivassero spontaneamente dall’alto, ma grazie a una sempre presente lotta di classe e furono pagate con decenni di sacrifici dal basso. Eppure, a partire dagli anni ottanta, tutto inizia a cambiare. Il neoliberismo — prima con Reagan e Thatcher, poi con Clinton, Blair e i loro cloni in sedicesimo — riesce a capovolgere il lessico politico. La spesa pubblica diventa “inefficienza”, la solidarietà “spreco”, il diritto “assistenza”. Il problema, da sistemico, si metamorfizza in morale: non più lotta tra classi, ma tra “produttivi” e “improduttivi”.
Il welfare (chiariamolo una volta per tutte: benessere sociale, condizione irrinunciabile di ogni civiltà) entra nei libri di economia come un sistema perverso che premia la pigrizia e disincentiva l’impegno. Quindi non il fine teleologico di ogni stato di diritto che si rispetti, bensì un alibi squallido per i falliti. Grazie a questa visione, nel cuore dell’ideologia neoliberista l’indigenza non è più il frutto di un’ingiustizia, ma di un fallimento personale. E chiunque riceva un aiuto pubblico diventa automaticamente sospetto e disprezzabile.
A questa prima fase segue e consegue quella del neoliberismo interiorizzato, autentico trionfo del capitalismo che consegue l’introiezione di questa ideologia da parte dei subalterni. È accaduto e accade di vedere lavoratori dipendenti o addirittura precari che chiedono più merito e meno assistenzialismo, del tutto ignari (colpevolmente ignari) che contribuiscono a tagliare il ramo su cui siedono. Il governo Meloni, solo per fare un esempio recente, è riuscito a raccogliere molti voti da fasce di popolazione che hanno solo da perdere dalle politiche di taglio alla spesa sociale messe in atto da un esecutivo che si preoccupa soprattutto di foraggiare l’industria delle armi, di cui è parte integrante. Nell’episodio clamoroso dei referendum abrogativi del giugno 2025, su (riuscita) istigazione del governo non si sono recati a votare moltissimi che dalla cancellazione di quelle norme contro le tutele dei lavoratori avrebbero avuto tutto da guadagnare. Di nuovo: hanno contribuito a segare il ramo sui cui poggiavano.
In definitiva il capitalismo dei neocon è riuscito a creare una soggettività compatibile con la sua logica: un individuo isolato, competitivo, rancoroso, pronto a odiare chiunque goda di una protezione sociale che a lui è stata negata. L’odio non è più verso il padrone, ma verso l’insegnante “fannullone”, l’infermiere “assenteista”, il pensionato “privilegiato”. Non si sogna più un mondo in cui tutti abbiano tutele: si sogna che nessuno le abbia.






