mercoledì 1 aprile 2026

Poe in poche parole

 


L’UOMO DI GENIO E LA DECRITTAZIONE DELLA REALTÀ

La poetica di Edgar Poe attraverso i racconti

Due sono gli interrogativi da chiarire, fra loro strettamente collegati, parlando di Edgar Allan Poe. Anzi, di Edgar Poe. Direi che sia giunta l’ora di liberarlo da quello che non è un secondo nome bensì il cognome del padrino, che lo accolse in casa dopo la morte dei genitori. Da adulto Poe ne aggiunse il cognome al proprio, benché costui non lo avesse mai adottato, probabilmente nella speranza di esserne nominato, almeno in parte, erede. Speranza destinata a fallire miseramente, visto che nel testamento di Allen non compare neppure il nome di Poe (probabilmente per giustificati motivi).

            Il primo di questi due interrogativi è, direi quasi in modo ovvio, perché Poe non piacesse agli americani. C’è il forte e fondato sospetto che, non fosse stato per Baudelaire e i simbolisti francesi, oggi probabilmente ci si ricorderebbe di lui solo come di un autore minore e trascurabile. Solamente dopo che la notorietà di Poe era ormai mondiale, anche nella sua patria ci si è decisi a prenderlo seriamente in considerazione, con cinquanta anni di ritardo e quasi a malincuore. E dopotutto ormai era (ed è) l’autore americano ad aver venduto più copie per cui alla fine sembrava inevitabile che anche nella sua madrepatria, così sensibile al denaro, lo prendessero in considerazione. Ma per lungo tempo colà hanno stentato, poiché Poe era troppo moderno. (Non importa che Henry James sostenesse che per apprezzare Poe occorreva essere primitivi e barbari: uno in più nella schiera di coloro che non lo hanno capito). Addirittura Poe era esageratamente moderno: in anticipo almeno di qualche decina di anni sull’evoluzione della letteratura americana. Inutile sottolineare come l’America, indipendente da appena mezzo secolo, anelasse con il furore entusiastico dei novizi a possedere una letteratura classica o almeno classicista. Saltato quindi a piè pari (almeno all’epoca) Poe, sarà necessario attendere Mark Twain perché la modernità vi faccia ingresso.

            E d’altra parte Poe è dirompente in maniera quasi insopportabile per una società puritana. In Berenice il protagonista cava di bocca tutti e trentadue i denti al cadavere (o presunto tale) della donna che dà il nome al racconto; in Morella lascia morire in modo imprecisato ma che si suppone terribile prima la moglie e poi la figlia avuta da lei; in Ligeia trasforma in zombi il cadavere della seconda moglie per far rivivere la prima. Nel Gatto nero la moglie uccisa viene murata per nascondere il cadavere e, cosa ancor più esecrabile, viene seppellita in piedi. Azioni (oltretutto nei confronti di donne!) che non ci si dovrebbe neppure permettere di pensare, figuriamoci metterle su carta in opere che aspirino al rango di creazioni letterarie. Non di rado tali misfatti sono narrati dal protagonista stesso in prima persona, fatto ancor più disturbante: la malvagità non è raccontata da un narratore esterno o da un testimone bensì da colui che commette le nefandezze, circondandole così di un’aura di “normalità”.

            Di tutto ciò Poe era perfettamente consapevole. Talmente consapevole che cerca di mascherare in ogni modo la sostanza tramite l’apparenza; ed ecco che infarcisce i propri racconti di citazioni dotte: latino, greco, filosofi tedeschi e inglesi, classici francesi, italiani, spagnoli e chi più ne ha più ne metta. Sul fatto che questa pletora di citazioni e riferimenti sia ironica e strumentale non possono sussistere dubbi; Poe stesso ci ha tenuto a metterlo in evidenza con due racconti satirici dedicati proprio a ciò: Come si scrive un articolo “da Blackwood” e il suo seguito La falce del tempo. Addirittura in uno dei suoi capolavori,  La rovina della casa Usher, si inventa un classico, che ironicamente intitola Mad Trist. Tentativi che, per quanto riguarda l’ottenimento del successo di pubblico, fallirono.

            Ma in cosa consiste la modernità cui accennavo prima? Non certo nel fatto di cavare dei denti a un cadavere, per quanto potesse essere scioccante per i lettori puritani dell’epoca. Poe è il primo ad addentrarsi, per i motivi che vedremo, nella narrazione del perturbante. E lo fa in maniera così consapevole e scientificamente precisa che i casi da lui narrati sembrano esemplificazioni freudiane. Ma anche in questa occasione ritiene necessario operare una sorta di mascheramento, per smussare gli angoli di una rappresentazione troppo cruda e diretta; ed ecco che ogni affondo nei meandri della psiche è in genere preceduto dalla sua negazione: il narratore in prima persona si affanna a proclamare che ciò che dovrebbe descrivere è aldilà della capacità espressiva delle parole, che le sensazioni da lui provate non troveranno che una pallida eco nel resoconto. In pratica, si premura di assicurare il lettore che quanto sta per leggere non si trova effettivamente sulla pagina. D’altronde è un espediente narrativo comune quello di cercare di sviare il lettore: la narrativa gialla ne fa ampio uso e anche in quel campo, come vedremo, Poe è maestro.

            Il secondo quesito è rivolto alla poetica di Poe ed è comprensibilmente di minore facilità nel trovarvi risposta (né finora esistono soddisfacenti trattazioni in merito). In buona sintesi: che cosa ha voluto dire Poe con le sue opere? La domanda non è superflua, poiché anche qui il nostro autore ha a lungo subito una misinterpretazione. Soprattutto in America circolavano edizioni non autorizzate che lo riducevano a un autore che, da malato di mente, aveva prodotto una descrizione delle aberrazioni mentali. Ma anche dove lo si considerava e apprezzava Poe spesso ricadeva sotto l’etichetta di autore di racconti di genere, fosse esso il racconto dell’orrore, di avventura, il giallo o addirittura la fantascienza.

            In realtà, Poe ha un preciso punto di partenza, che è il romanticismo. Poe conosceva bene (e apprezzava) la poetica romantica riassumibile, com’è noto, nella tensione verso l’infinito. Ma per i romantici questo immaginario e immaginato percorso è lineare: lo illustrano bene i quadri di Caspar David Friedrich, con le sue figure di spalle che hanno lo sguardo fisso verso l’orizzonte. Il percorso di conoscenza è una linea retta. Tutt’altro discorso per Poe, che non a caso intitola una sua raccolta Racconti dell’arabesco e del grottesco. Il percorso verso l’infinito comporta infatti una discesa nel perturbante, come dicevamo, ed è tutt’altro che lineare: per raggiungere il superamento della sua condizione, l’uomo deve conoscere se stesso, scendere nell’abisso (Una discesa nel Maelstrom), e questa discesa porta conseguenze devastanti. Le possibilità per l’uomo sono soltanto due, quando arriva a conoscere e scrutare le profondità del proprio inconscio: la morte o la pazzia. Spesso entrambe. Purtroppo la conoscenza di sé si rivela un ostacolo impossibile da superare e l’uomo irrimediabilmente si perde lungo il percorso.

            Numerosissimi le esemplificazioni simboliche di questa poetica. In William Wilson la conoscenza di sé che diventa autodistruzione costituisce addirittura la trama del racconto stesso. Ma anche i particolari sono significativi: nella Maschera della morte rossa è rivelatrice la disposizione delle sale con i vari colori, che non costituiscono una fila lineare bensì un percorso spezzato e non consentono la visione d’insieme.

            Ma per l’uomo quindi non c’è salvezza? Le uniche due alternative sono o l’ignoranza o la morte/pazzia derivata dalla conoscenza?

            No, c’è una terza via ed è quella illustrata dai cosiddetti racconti gialli, dove Poe dà inizio alla letteratura poliziesca. Anche in questo caso, come per i racconti cosiddetti dell’orrore, il significato va ben aldilà della letteratura di genere e anche qui Poe compie un’operazione intellettuale direi illuministica. Compito dell’uomo di genio (l’unico di cui valga la pena di occuparsi: Poe è decisamente elitario) non è indagare su stesso bensì conoscere la realtà. Realtà della quale la gente comune non comprende niente e che può essere facilmente falsificata: Poe lo dimostra spacciando per autentici resoconti giornalistici quelli che sono invece racconti di invenzione: La frottola del pallone, Rivelazione magnetica. (Fra parentesi: l’uomo di genio farà bene anche a tenersi alla larga dall’amore, dal quale non c’è da ricavare nulla di buono, se non le solite morte e follia. Con la consueta vena umoristica l’innamoramento è anche sbeffeggiato in Gli occhiali).

            L’indagine della realtà si conduce non con l’accumulo di conoscenze, compito dell’erudito e non dell’uomo di genio, bensì con l’uso dell’intelletto, come esemplificato dal paragone fra dama e scacchi in Gli omicidi della Rue Morgue.  La decrittazione della realtà altrimenti incomprensibile all’uomo comune, non importa se colto o con una posizione di alto livello, è l’unica fonte di gratificazione pensabile su questa terra.

            Al meglio questa poetica è riassunta nel capolavoro di Poe, il più compiuto dei suoi racconti di investigazione, che non è uno dei tre racconti di Dupin, bensì Lo scarabeo d’oro. Il protagonista Legrand (cognome tutt’altro che casuale), infatti, è un uomo che nella considerazione degli altri appare eccentrico, se non addirittura un po’ folle. È l’uomo che ha tentato l’indagine del perturbante ma si è ritratto in tempo, dedicandosi alla decrittazione della realtà: niente potrebbe essere più esplicito della metafora del racconto, dove la decifrazione di un codice apparentemente incomprensibile consente l’acquisizione della ricchezza.

            Indagare la realtà è assai meno pericoloso e più proficuo che indagare la mente umana.

 

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