Mi accade spesso di lanciarmi in uno dei miei cavalli di battaglia della conversazione o della scrittura, con un argomento che so declinare in una infinità di varianti e che si intitola “La scuola è morta”. Il discorso non vale ovviamente solo per la scuola. In altri settori, considerati più importanti, il decesso è avvenuto prima. Prendiamo la televisione: qui la data di morte è il 1960. Perché così presto? Anche qui nessun mistero: il sistema oligarchico partitocratico si era accorto fin da subito che la televisione costituisce un potente mezzo di controllo e ne iniziò con lungimiranza la lottizzazione precoce. Il 1960 è l’ultimo anno in cui alla RAI si viene assunti tramite concorso pubblico: dopo di allora si potrà entrare soltanto in quota di un partito, di governo o di opposizione forte. Il decesso non avviene in un giorno, l’agonia si protrae anzi per decenni ma quello che è certo è che quando nascono le televisioni commerciali la RAI è già un cadavere ambulante. Quindi la vulgata che Berlusconi con le sue televisioni spazzatura abbia ridotto in pattume anche il servizio pubblico è falsa: ci hanno pensato da soli. Si può stabilire con accuratezza anche il momento della fine: nel 1989 la RAI chiude il gioco a quiz Paroliamo, che richiede ai partecipanti il possesso di una buona conoscenza della lingua italiana, con l'affermazione che si tratta di un gioco troppo difficile per il pubblico, e con ciò sancisce l’avvenuta sepoltura. Alle televisioni commerciali non rimarrà che dare l’estrema unzione.
Ma torniamo alla morte della scuola.
Se volete possiamo trovare anche una data, per il valore che hanno le date nel segnare il confine fra un’epoca e l’altra, vale a dire ben poco. Il medioevo, tanto per dire, non termina nel 1492 e il funerale dell’istruzione in Italia non viene celebrato nel 2004, come asserisco poche righe più in basso. Però è comodo possedere dei punti di riferimento poiché, come non mi stanco di ripetere, l’Italia soffre in maniera cronica di un tratto che gli storici di solito riscontrano nel medioevo (come volevasi dimostrare: non è affatto finito cinque secoli e mezzo fa) vale a dire la mancanza di prospettiva e di memoria storica. Nel medioevo bastano pochi decenni per trasformare un trascurabile episodio militare del 778, la scaramuccia di Orlando a Roncisvalle, in materiale da poema epico che lo immortalerà nei secoli come una grande battaglia densa di episodi eroici. Perlomeno in Italia, un fenomeno simile, se non addirittura identico, persiste e lo ritroviamo ogni giorno nelle nostre città; pensate ai nomi delle vie: non credo esista città dai ventimila abitanti in su che non abbia nella sua topografia Via Adua.
La disfatta di Orlando a Roncisvalle è una bazzecola in confronto alla legnata presa dagli italiani ad Adua. L’esercito abissino fa letteralmente a pezzi quello italiano ed è la prima volta nella storia che un esercito africano ne sconfigge uno europeo. Un episodio da sottacere per la vergogna, più che da sbandierare nel nome di una via come fatto glorioso.
Ma per l’Italia il ribaltamento delle sconfitte costituisce la normalità. Rimaniamo nei fatti d’arme e nelle intitolazioni delle vie di città, dove altrettanto frequentemente di Adua troviamo pure Luigi Cadorna.
Orbene, Luigi Cadorna è stato il più lucido esempio di minchione nella storia militare italiana e probabilmente mondiale. Con sagace incapacità ha guidato le operazioni belliche italiane nella prima guerra mondiale fino al 1917, inanellando una serie di insuccessi che avrebbe fatto fuggire dalla vergogna qualunque altro comandante in capo. Quando la sua imperizia sfociò infine nella disfatta di Caporetto, non è che si affrettarono a mandarlo via a calci in culo né lui si sognò di dare le dimissioni, tutt’altro. In Italia producono solo poltrone con sedile colloso. Dovettero intervenire gli alleati, Francia e Gran Bretagna, per imporci di cacciarlo se volevamo il loro aiuto. E tuttora si intitolano strade al responsabile della disfatta di Caporetto, una batosta peggiore perfino di quella di Adua. Anche qui non sono trascorsi secoli, solo pochi decenni.
Nessuna meraviglia, quindi, se sono stati sufficienti appunto ancor meno decenni a fare di un dittatore una persona che “ha fatto anche cose buone”. E d’altra parte esiste una legge, intuita da Tomasi di Lampedusa, che sconsiglia agli italiani di procedere a tentativi di cambiamento in meglio. La chiamerò “Legge dell’eterogenesi dei fini di Murphy”.
Vediamo qualche esempio pratico, di cui scuserete l’eccessiva semplificazione ma non sto scrivendo un testo di storia né tantomeno sono uno storico di professione.
Nella storia dell’Italia moderna troviamo il movimento rivoluzionario, chiamato a posteriori Risorgimento, che conduce all’unificazione. Movimento di massa non lo è stato sicuramente: a impegnarsi furono pochi intellettuali e idealisti, con scarso seguito popolare e ancor meno riscontro nella borghesia. Fra mille compromessi e ancor più numerose retromarce l’unità d’Italia fu ottenuta. Con quale splendido risultato? Sessanta anni della ridicola monarchia sabauda, seguiti da venti anni di dittatura fascista.
Durante la fase terminale di quest’ultima si diffonde un movimento rivoluzionario, la Resistenza, che ancora una volta prova a rifondare lo stato italiano, stavolta in modo meno macchiettistico. Anche questo è un tentativo tutt’altro che di larga partecipazione: i borghesi grandi e piccoli se ne stanno rintanati nelle loro case, ad attendere l’esito spiando tremebondi dalle persiane socchiuse. E qual è questo esito così faticosamente conquistato? Cinquanta anni di regime democristiano, occultamente guidato dagli Stati Uniti. Più o meno l’equivalente di aver consegnato il potere alle mafie.
Sul finire del regime democristiano, negli anni novanta del secolo scorso, si attua un terzo tentativo rivoluzionario, passato alla storia con il nome di Mani Pulite, che prova a estirpare la corruzione endemica dallo stato italiano. Passati i primi entusiasmi popolari, che sembrano preludere stavolta a una partecipazione di largo consenso, il risultato effettivo è degno del migliore circo equestre: il potere consegnato nelle mani di Berlusconi, per un ventennio fra i più aberranti della storia non solo nazionale bensì planetaria, con una persona che governa (si fa per dire) al solo, unico e dichiarato scopo di coltivare e difendere i propri interessi. Giusto per sottolineare una volta di più come sono gli italiani: il 30 aprile 1993 dei manifestanti in segno di protesta gettano monetine contro Bettino Craxi, uno dei leader politici abbattuti da Mani Pulite; neppure un anno dopo, cioè il 27 marzo del 1993, alle elezioni votano in massa per l’appunto Berlusconi, il delfino di Craxi. Da antologia anche il corollario dell’epoca Berlusconi, cioè Monti. Ne accenno perché riguardò da vicino anche la scuola. Il prestigioso economista Mario Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro vicino al quale l’avevano trascinata gli interessi di Berlusconi, ebbe una pensata geniale, da autentico bocconiano: ricorrere al metodo Superciuk, vale a dire rubare ai poveri per dare ai ricchi. Poiché il povero, secondo le più acclarate dottrine liberiste, lo è per propria colpa e per la sua naturale ignavia, occorre tassarlo alla morte. Dacché i poveri, a Dio piacendo, sono tanti, rastrellando le loro tasche si riesce a fare a meno di tassare i ricchi, su cui pesa il fardello di mandare avanti il paese. Fra i poveri spiccavano per particolare indolenza, nel giudizio di Monti, gli insegnanti. Ed ecco che di punto in bianco propose di aumentare il loro orario settimanale di insegnamento di un terzo, da diciotto a ventiquattro ore. Gratis. Anzi, a suo dire, molto ben remunerato dalla soddisfazione di aiutare il proprio paese. E quando una levata di scudi lo costrinse alla retromarcia, provvide con una battaglia di retroguardia a vendicarsi, togliendo agli insegnanti dal computo dell’anzianità l’anno 2013. Così, d’emblée, dovendo scegliere fra mille possibili manovre a minchia (tutte ben presenti nella sua lucida mente) ecco che tirò fuori dal cilindro l’ideona di cancellare dal calcolo degli anni di servizio l’anzianità di un intero anno solare. Lo stato incamerò milioni di euro di mancate progressioni di carriera e gli insegnanti impararono cosa succede a non voler lavorare gratis.
Ecco, se questi devono essere i risultati dei tentativi rivoluzionari in Italia, meglio tenersi lo status quo.
Comunque una data simbolica ben precisa, che sancisca l’inizio della fine, c’è, ed è il ricordato anno 2004 in cui viene abolito l’esame di quinta elementare. Si attua in tal modo l’ideale transizione da scuola, intesa come luogo di istruzione, a ovile, vale a dire a edificio dove parcheggiare il gregge.
In saecula saeculorum.

Nessun commento:
Posta un commento