Io di economia non so niente, quindi, poiché siamo in Italia, penso di essere autorizzato a parlarne in qualità di esperto. Comunque ho un saldo punto di riferimento, l’economista Sergio Ricossa, che essendo stato liberale, liberista e pure libertarianista spero non mi verrà contestato.
Affermo quindi che il premio Nobel per l’Economia non esiste. Il suo fondatore Alfred Nobel, che si era arricchito con le sue scoperte, tra cui la dinamite, destinò nel testamento la maggior parte del suo patrimonio all’istituzione di un premio per personalità che si fossero distinte nei seguenti campi: fisica, chimica, medicina, letteratura, pace. Tra i premi, assegnati per la prima volta nel 1901, non ce ne era affatto uno per l’economia, poiché Nobel dichiarava di non avere alcuna formazione in quella disciplina e di odiarla dal profondo del cuore.
In realtà, quello che comunemente chiamiamo Premio Nobel per l’economia, è ufficialmente denominato Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel: è stato istituito nel 1968 dalla Banca centrale svedese, in occasione dei 300 anni dalla sua fondazione, e assegnato per la prima volta nel 1969.
Perché è stato creato? Per sostenere un’ideologia, perché chi lo riceve ottiene un prestigio mondiale ma, guarda caso, appartiene sempre al gruppo degli economisti conservatori: nel 1974 a Friedrich August von Hayek, nel 1976 a Milton Friedman, seguace di von Hayek e da allora sempre ai Chicago Boys, economisti formatisi all’Università di Chicago, in cui avevano insegnato sia Hayek che Friedman.
Il cosiddetto “Nobel per l’Economia” sostiene un’ideologia conservatrice, accrescendo il prestigio dei suoi esponenti, per far prevalere il pensiero liberista – che esalta il libero mercato e chiede la riduzione dell’intervento dello stato in economia – su quello di John Maynard Keynes, sino ad allora predominante, che sosteneva la necessità dell’intervento statale nell’economia, anche aumentando la spesa pubblica per favorire l’occupazione.
Siamo arrivati al punto che espressioni come “padronato”, “sfruttamento dei lavoratori” e “lotta di classe” sono del tutto assenti nel linguaggio quotidiano, come se fosse inaccettabile una visione della società basata su quelle idee.

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