Anche io, nel mio piccolo, non ho resistito alla tentazione di scrivere un raccontino con protagonista Sherlock Holmes, come hanno fatto quasi tutti gli autori di narrativa gialla. Vogliate perdonare.
Mistero fiorentino per Sherlock Holmes
La noia, come si sa, era la nemica principale del mio amico Sherlock Holmes. In un periodo in cui sembrava attanagliarlo in modo inesorabile decise di combatterla con un viaggio e, poiché mi chiese di accompagnarlo, mi concesse il privilegio di scegliere la meta, che per lui era indifferente.
Non ebbi dubbi: l’Italia. Il mio amore per l’arte non mi lasciava alternative. Io inoltre me la cavavo abbastanza bene con l’italiano, diversamente da Holmes il quale, però, nei due mesi che precedettero la nostra partenza, mi raggiunse e mi superò con uno studio a tappe forzate.
Quando, dopo due settimane a Venezia, prima tappa del nostro viaggio, giungemmo a Firenze per la seconda parte del soggiorno, conversava scorrevolmente nella lingua di Dante.
Si capisce che le meraviglie artistiche dell’Italia deliziavano soprattutto me, mentre scorrevano senza particolare effetto su Holmes, assai più incuriosito dalle persone e dai loro costumi. Temevo però che alla lunga anche quello lo avrebbe stancato, quando per fortuna un diversivo servì a intrattenere la sua mente.
Ci eravamo fatti portare in camera il tè del pomeriggio, allorquando un cameriere dell’albergo bussò e ci recapitò il biglietto da visita di un signore che desiderava conferire con Holmes. Ci guardammo stupiti ma il mio amico fece subito un cenno affinché l’ospite fosse fatto entrare.
Fece il suo ingresso un giovane di non più di venticinque anni, dall’aspetto distinto e dall’abbigliamento di chi conduce vita mondana ed è abituato a curare i particolari. Fatte le debite presentazioni, venne subito al motivo della sua visita.
«Signor Holmes, vogliate scusare questa intromissione senza preavviso nel vostro viaggio in Italia. D’altra parte la vostra fama vi accompagna e ho ritenuto una combinazione troppo fortunata il fatto che voi vi trovaste qui proprio quando ne avevo bisogno.»
«Sedetevi, signor Ginori, e spiegatemi con calma di cosa avete bisogno. Vi prego d’altronde di tenere presente che mi trovo in una città di cui non conosco niente e dove non so come muovermi, quindi dubito di potervi essere d’aiuto.»
Il signor Ginori più che sedersi si accasciò. Appariva veramente disperato.
«Il problema, signor Holmes, è che dopo aver trovato l’amore della mia vita forse l’ho perso per sempre.»
Holmes e io ci scambiammo uno sguardo: che la fama di Holmes lo avesse accompagnato nel modo sbagliato? Possibile che lo si ritenesse non un investigatore, bensì un ruffiano?
«Vi dispiacerebbe spiegarvi meglio?» intervenni io, prima che Holmes potesse profferire qualcosa di tagliente e inopportuno.
«Vedete, la mia famiglia da anni preme affinché io mi sposi. Sono l’erede della nostra azienda e ci tengono che abbia presto a mia volta un erede. Ma io preferisco godermi la vita e non legare la mia esistenza a una sola donna. O meglio, lo preferivo fino a quando nella mia esistenza non è entrata la signorina Odilia Sanvittori.»
Il giovanotto fece una pausa. Evidentemente il solo pronunciare quel nome lo metteva in agitazione.
«L’ho conosciuta a una festa della baronessa Ricasoli, anche se conosciuta non è il termine adatto. Ho notato questa bellissima ragazza che se ne stava in disparte, senza conversare con nessuno, e ho chiesto sue notizie alla padrona di casa. Anche lei, però, non mi ha saputo dire molto, se non che era giunta in città da poco e che aveva preso in affitto una villa sulla collina di Boboli, poco distante dalla sua. Pareva vivesse da sola con poca servitù. Le ho chiesto il favore di presentarmela e così sono stato introdotto alla conoscenza di quella magnifica creatura.»
«Da questa Sanvittori, una volta conosciutala, avete ricevuto notizie più precise sulla sua provenienza?», chiese Holmes, che per la prima volta mostrava un barlume di interesse.
«Assolutamente no. Purtroppo la signorina è stata molto gentile ma anche molto riservata. In una maniera inconsueta, devo dire.»
«Cosa intendete?»
«Sembrava... come dire, timorosa di coinvolgermi troppo nella sua vita, come se ci fosse qualcosa di pericoloso per me o per chiunque entrasse con lei in una conoscenza più approfondita. Comunque sono riuscito a strapparle la promessa di poterle fare visita il giorno seguente.»
Ginori si alzò, chiedendo scusa.
«Vorrete perdonarmi, ma questa storia mi ha molto agitato e continua a turbarmi. Non riesco a parlarne rimanendo seduto e ho bisogno di camminare avanti e indietro mentre racconto, se la cosa non vi arreca disturbo.»
Holmes fece cenno che poteva proseguire come meglio gli aggradava.
«Il giorno seguente, però, quando mi presentai al cancello della villa un domestico dall’aria truce mi recapitò un biglietto da parte della sua signora. Dentro solo tre parole: non cercatemi più. Se mi avessero dato uno schiaffo in pieno volto non mi avrebbero potuto scuotere maggiormente. Non una parola di scusa né un accenno di spiegazione. Mai mi era capitato qualcosa del genere.»
«Di sicuro non vi siete dato per vinto», soggiunse Holmes.
«Ça va sans dire. Ho messo un servitore di guardia al cancello, con l’ordine di seguire la donna quando usciva e di riferirmi dove si recasse.»
«Con quale esito?»
«Ho scoperto che la ragazza, di cui ormai mi sentivo completamente preso, ogni giorno alle tre in punto faceva arrivare una carrozza, la quale la conduceva al Grand Hotel Baglioni. Colà entrata, però, se ne perdevano le tracce. Ieri allora ho deciso di intervenire io in prima persona, e l’ho attesa nella hall dell’albergo. Volevo dapprima osservarla di nascosto ma purtroppo non appena entrata si è guardata in giro e mi ha scorto. Ha lanciato un grido che ha fatto sollevare alcune teste, poi senza esitare ha imboccato un’uscita secondaria. Io ero troppo distante da lei per seguirla subito e quando finalmente sono sbucato nel vicolo retrostante su cui dava quella porta, ho fatto appena in tempo a vederla che svoltava l’angolo. Ma ecco che proprio in quel momento è risuonato uno sparo, che mi ha gelato il sangue. Quando mi sono ripreso sono corso in quella direzione ma non c’era più traccia né di lei né dell’aggressore.»
Il signor Ginori si passò più volte le mani fra i capelli, evidentemente ancora sconvolto al pensiero di quanto era accaduto.
«Sono tormentato dal pensiero che la causa di tutto ciò possa essere stata la mia intromissione importuna e tremo al pensiero che quella donna, che ormai sento di amare, possa essere...» Non riuscì a terminare la frase e si risedette.
Holmes rimase per qualche istante in silenzio, poi alzò una mano e mostrò due dita.
«Vi chiedo di fare due cose.»
Ginori lo guardò sinceramente sbalordito. «Davvero mi potete aiutare?»
«Se seguirete queste mie due semplici istruzioni sì, penso di sì.»
«Sono tutto orecchi.»
«Se non sbaglio il quotidiano di Firenze si chiama La Nazione, è corretto?»
«Sì, è esatto.»
«Bene, la prima cosa che vi chiedo di fare è di non leggerlo domani.»
Se prima il volto di Ginori era sbalordito, adesso era stralunato. «Ma perché mai...»
«Niente domande, vi prego. La seconda cosa che desidero facciate è di ritornare da me domani, immediatamente dopo che questa signorina Sanvittori si sarà messa in contatto con voi, come senz’altro mi aspetto faccia.»
Credo che Ginori avrebbe avuto non una bensì tremila domande da porre ma riuscì a frenarsi e tacque, pur conservando un’espressione da pesce in padella.
«E adesso, se non vi dispiace, devo affidare un incarico al mio amico Watson qui presente. A domani.»
In realtà gli incarichi che mi affidò furono due: uno relativo al caso, l’altro inerente a noi, cioè la prenotazione presso un ristorante famoso per la bistecca alla fiorentina, la cui degustazione ci impegnò piacevolmente per tutta la serata.
Il giorno seguente, alle undici del mattino, Ginori si fece annunciare e fu fatto entrare.
Era pallido come un morto e si limitò a porgere a Holmes un biglietto.
Soltanto voi potete aiutarmi. Vi prego di tenervi pronto a partire verso una destinazione che vi indicherò. La vostra Odilia.
«Me lo hanno recapitato poco fa. Volete avere la bontà di spiegarmi per favore?»
«Vedete, signor Ginori, nel nostro pur breve incontro di ieri sono riuscito a farmi un’idea abbastanza precisa delle vostre, chiamiamole così, aspettative sentimentali. Voi rifuggite dalla banalità di un comune matrimonio per tramandare il patrimonio di famiglia; patrimonio che sicuramente è molto ambito da giovani fanciulle desiderose di conquistare il vostro cuore e la vostra fortuna. Tale è senz’altro anche Odilia Sanvittori, di cui fra l’altro dubito sia quello il vero nome, la quale ha pensato bene (e giustamente) che invece di corrervi dietro sarebbe stato assai più proficuo far correre voi dietro a lei. Ed ecco il finto mistero della sua esistenza pericolosa, con tanto di possibile omicidio, che ha sortito l’effetto voluto. Non dubitate del fatto che sapesse benissimo di trovarvi ad attenderla in albergo, né che una carrozza l'attendesse voltato l'angolo, dopo aver sparato un innocuo colpo in aria. Se io non avessi accelerato gli avvenimenti, quel biglietto vi sarebbe giunto comunque fra pochi giorni, dopo che l’incertezza vi avesse macerato ancora un po’. Sareste partiti insieme verso qualche destinazione esotica, dove avreste ascoltato rapito la sua strabiliante storia sui pericoli che la minacciavano, e ne avreste fatto ritorno con l’anello matrimoniale al dito.»
«E come avete fatto ad accelerare l’invio del biglietto, di grazia?»
«Elementare. Il mio amico Watson ieri si è recato presso la redazione del locale quotidiano e negli annunci ha fatto pubblicare l’avviso del vostro fidanzamento, avvenuto in forma privata, con la signorina inglese Elizabeth Gaskell. Nome di pura fantasia, fra l’altro. Non dubitavo che, una volta lettolo, la Sanvittori sarebbe stata costretta a stringere i tempi per scongiurare il pericolo.»
Il signor Ginori firmò senza battere ciglio un assegno per l’esoso ammontare della parcella che Holmes gli sottopose per i suoi servigi, poi se ne andò senza aver recuperato il colore del volto.
Purtroppo ce ne andammo anche noi, ma non verso Roma come avevo sperato.
«Vedete Watson, il caso appena trattato ci dimostra come il cuore umano sia uguale dovunque, e dovunque lo si possa ingannare con la stessa facilità. Possiamo tornare a casa.»

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